Giornalisti d’inchiesta e reporter di guerra: più che una missione
Professioni sempre più a rischio e difficili. A Gaza tanti morti senza un vero sdegno
«La prima vittima della guerra è la verità», scriveva Eschilo, celebre tragediografo greco. Una riflessione antica, eppure straordinariamente attuale, soprattutto se si considera quanto sia difficile, ancora oggi, raccontare ciò che accade nel mondo. Essere giornalisti, soprattutto in contesti di guerra, significa esporsi quotidianamente a rischi enormi: muoversi in territori ostili, affrontare pressioni politiche e sociali, sopravvivere a bombardamenti, imboscate, minacce. Significa, in molti casi, mettere in gioco la propria vita per permettere al mondo di conoscere la realtà dei fatti. Eppure, nonostante tutto, migliaia di reporter continuano a scegliere questa strada.
Lo fanno perché, pur consapevoli dei pericoli, riconoscono l’importanza imprescindibile di difendere la verità e testimoniare ciò che accade davvero, senza filtri e senza compromessi. Jeremy Bowen, giornalista britannico inviato di guerra per la BBC, durante il dibattito "L’arte del reportage di guerra", tenutosi al Festival Internazionale di Perugia in aprile 2024, lo ha spiegato con grande lucidità: «Viviamo in un momento storico molto difficile, probabilmente il più difficile in termini di sconvolgimenti politici dagli anni Venti e Trenta del secolo scorso. In un simile contesto, il ruolo del giornalismo è molto importante. Bisogna dare alle persone la conoscenza di ciò che sta accadendo, così che possano formarsi una propria opinione ed essere indipendenti. E per questo a volte è necessario dire loro anche cose che non vorrebbero sentirsi dire». Se il lavoro dei reporter è sempre stato rischioso, in alcuni contesti diventa quasi eroico. Secondo i dati di Reporter Senza Frontiere (RSF), oltre 210 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza in quasi 2 anni di operazioni militari, una cifra di gran lunga maggiore di qualunque altro conflitto. In molti casi, sottolinea l’organizzazione, si tratterebbe di attacchi mirati: tra questi, ricordiamo le morti di Yaser Murtaja e Ahmed Abu Hussein, colpiti mentre indossavano giubbotti con la scritta "Press" ben visibile. Episodi simili continuano, purtroppo, a verificarsi quasi quotidianamente. Thibaut Bruttin, direttore generale di RSF, ha denunciato con forza questa situazione, sostenendo che il mondo sta accettando una "nuova normalità" fatta di crimini impuniti. «Lo diciamo con forza - aveva rivendicato non troppo tempo fa - se l’esercito israeliano continuerà a uccidere giornalisti a questo ritmo, presto non ci sarà più nessuno a informarci. I leader mondiali devono fermare questi crimini, riattivare le evacuazioni per i reporter che desiderano lasciare Gaza e garantire alla stampa internazionale un accesso indipendente al territorio palestinese». L’assenza quasi totale di reporter internazionali, infatti, rende i giornalisti palestinesi «insostituibili».
Senza di loro, molte delle storie che arrivano nel resto del mondo semplicemente non esisterebbero perché nessuno è in grado di raccontarle. Ma a un ruolo tanto cruciale non corrispondono adeguate protezioni: in molti casi, i dispositivi di sicurezza sono vecchi di oltre dieci anni, i giubbotti antiproiettile e i caschi richiesti non vengono concessi e, spesso, i reporter devono improvvisarsi soccorritori senza alcuna formazione specifica. A tutto questo si aggiungono minacce, attacchi informatici e violenze online. Tra le vittime più recenti c’è Anas al-Sharif, ucciso la notte dell’11 agosto 2025 dall’esercito israeliano, assieme ad altri quattro suoi colleghi. Era un giornalista di Al-Jazeera, canale televisivo in lingua araba. Fu ucciso perché Israele lo aveva accusato di essere un "combattente di Hamas", accuse però, riportate senza nessuna prova pubblica.Le sue ultime e commoventi parole, contenute nel suo testamento e diffuse dai colleghi, sono diventate un simbolo della tragedia in corso: "Vi affido la Palestina. Non dimenticate Gaza". Questo è un appello diretto a chi resta, a chi guarda da lontano e che ha ancora la possibilità di raccontare. Anche lontano dai campi di battaglia, il mestiere del giornalista incontra ostacoli. In Italia, pur non essendo un Paese in guerra, la libertà di stampa in alcuni casi viene messa alla prova da pressioni politiche, intimidazioni, querele temerarie e strutture editoriali sempre più accentrate, che condizionano la libertà dei contenuti. Ne è un esempio recente il caso di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore del programma televisivo Report.
Nella notte tra giovedì 16 e venerdì 17 ottobre 2025 un ordigno ha distrutto l’auto del giornalista e della figlia parcheggiate all’esterno della loro abitazione. Quanto accaduto davanti alla casa del conduttore di Report segnano l’episodio più grave di una serie di attacchi alla libertà di stampa in Italia. «L’attentato di questa notte contro Sigfrido Ranucci è un salto di qualità», rileva il presidente della Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana), Vittorio di Trapani. «È successo nel giorno dell’anniversario dell’assassinio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista di inchiesta uccisa a Malta con una autobomba 8 anni fa. È un fatto che ci richiama ad anni bui del nostro Paese». Una delle ipotesi è che l’attentato sia legato ad un servizio di Report che denunciava un presunto traffico d’armi. In ogni caso, qualunque sia il motivo, colpire l’informazione vuol dire colpire le nostre libertà, la nostra democrazia. In fondo, che si tratti di reporter che rischiano la vita sotto le bombe o di chi, in paesi pacifici, affronta minacce e intimidazioni, sono loro i veri "supereroi" dei nostri giorni. Non indossano mantelli, ma portano con sé una macchina fotografica, un taccuino, una videocamera. Rischiano la vita per raccontare quella degli altri, per dare voce a chi non può parlare, per difendere un bene fragile ma fondamentale: la verità.
Martina Chendi Giulia Paltrinieri classe 3B, liceo Ariosto
