«Ho imparato a star meglio, dalla bulimia si può guarire»
La testimonianza: dalla lotta con sé al percorso di cura
In occasione del nostro approfondimento sui disturbi del comportamento alimentare, abbiamo raccolto la testimonianza di una ragazza che ha sofferto di bulimia. Per tutelarne la privacy, l’intervista è anonima. Le domande sono state formulate in modo da rispettare la sensibilità del tema e favorire una narrazione autentica, non giudicante.
Quando hai iniziato a capire che c’era qualcosa che non andava nel tuo rapporto con il cibo?
«Circa cinque anni fa, dopo un’esperienza traumatica, ho capito che qualcosa non andava nel mio rapporto con il cibo. Nei periodi difficili mi capitava di vomitare senza volerlo, quasi ogni sera. Quando questi episodi sono diminuiti, ho iniziato a indurmi il vomito. Farlo mi dava sollievo, come se stessi facendo la cosa giusta».
Come descriveresti la bulimia a qualcuno che non la conosce?
«La bulimia è come un’amicizia tossica: sembra aiutarti, ma dopo ti lascia vuota e con un senso di colpa che ti divora. Anche sapendo che ti fa male, continui, perché non riesci a starle lontana».
Che impatto ha avuto la bulimia sulla tua vita quotidiana?
«Con gli altri riuscivo a nasconderla perché fisicamente non cambiavo, quindi facevo finta che non esistesse. Non era la bulimia a condizionare la mia vita: era la mia vita che alimentava il disturbo. Mi sentivo sbagliata e temevo sempre il giudizio. Mi disgustavo. Guardarmi allo specchio era come affrontare un nemico».
Hai mai raccontato quello che stavi vivendo?
«No, non l’ho detto a nessuno finché i miei genitori non l’hanno capito. Anche dopo mi sentivo giudicata e pensavo che nessuno potesse comprendere davvero come stavo».
Che ruolo ha avuto la tua famiglia?
«All’inizio non si accorgevano di niente, perché nascondevo tutto. Poi sono crollata e ho dovuto dirglielo. Era un problema troppo grande per loro, quindi hanno deciso di affidarmi a un’esperta. A modo loro, mi sono stati vicini».
Hai fatto un percorso di cura?
«Sì. Ho iniziato un percorso con una professionista per qualche mese. È stato difficile, ma mi ha aiutata a conoscermi e a stare meglio. Non sono guarita del tutto, ma ho capito l’origine del mio problema. So che si può guarire: è difficile, ma possibile, e io ci sto lavorando».
Com’è oggi il tuo rapporto con il corpo e con il cibo?
«Non sono in pace del tutto con il mio corpo, ma non lo odio più. Il cibo mi fa ancora paura, però non è più un nemico. Sto imparando che serve e che può essere qualcosa di bello. Mangiare in compagnia mi ha aiutato molto».
Se potessi parlare alla te del passato, cosa le diresti?
«Le direi di non smettere di combattere, anche quando sembra impossibile. È normale cadere, ma stiamo imparando a gestire quello che proviamo e ad accettarci dentro e fuori. E soprattutto: smetti di vivere per il giudizio degli altri, perché non dice chi sei. Aiutare un adolescente significa esserci: ascolto, dialogo e comprensione possono cambiare una vita. Ogni giovane merita supporto e attenzione, riconoscere il suo dolore è già parte della cura».
Bizzarro Silvana Di Cato Lucia 3 B
