La forza che spinge il mondo è la paura di essere dimenticati
Ciò che unisce studenti, artisti, operai e dittatori
Ferrara Tutti quanti da piccoli, almeno una volta, hanno preso un foglio e una penna, si sono seduti a un tavolo e hanno iniziato a scrivere il proprio nome, decine e decine di volte. Qualcosa si è scatenato nell’animo, la voglia di lasciare un segno su questo mondo, il desiderio di non sparire. Questo volere è figlio di una paura insita in ogni corpo fin dalla nascita: il timore di essere dimenticati. Il ricordo è ciò che muove le giornate, è il motore che alimenta la vita di ciascuno. Il ricordo è un fantasma che è nella stanza o che deve ancora arrivare. Il ricordo è il passato, il presente e il futuro. Affermare che la memoria sia ciò che controlla le nostre vite è parzialmente corretto, la sete di memoria è l’espressione adatta. Quando si parla di sete di memoria si fa riferimento alla "droga" di ogni persona: la voglia di essere ricordati. La teoria è confermata da una tonnellata di dimostrazioni.
A scuola, in ogni classe, all’ultimo banco, sulla sedia scricchiolante, si è sempre seduto il compagno spiritoso. Durante la lezione, il professore era costretto a fermarsi ogni cinque minuti per ascoltare le battute che uscivano dalla sua bocca. Alcuni alunni non le sopportavano, altri le adoravano, ma a tutti, anche al professore, erano entrate dentro la testa quelle freddure, e non sono più uscite domando così la paura dell’autore delle barzellette, quella di non essere nessuno. Non solo nell’ambiente scolastico si trovano degli esempi, ma anche nel mondo lavorativo. Chi costruisce le fondamenta di una casa non vuole che la sua opera rimanga in piedi per secoli, così da testimoniare delle vite? Qual è l’obiettivo di un pittore se non che i suoi capolavori siano compiaciuti dai posteri? Proprio in quest’ultimo ambito, l’arte, si possono trovare altre corrispondenze. Proust osanna il ricordo nel libro Alla ricerca del tempo perduto, definendolo come salvezza dall’oblio, quindi gridava l’importanza vitale per l’uomo di prenotare un posto all’interno della memoria dei più. Nel film Whiplash, il protagonista Andrew Neyman è così tartassato dal sogno di essere definito il più grande batterista di tutti i tempi da sanguinare durante le sue performance musicali. Nei secoli, nei millenni, la paura di essere dimenticati ha influenzato le decisioni di imperatori, re e generali. La ricerca di potere infatti è frutto del terrore di non poter essere costantemente nella testa di tutti. I dittatori tiranneggiano perché bramano a controllare come burattini i sudditi non per essere ricchi, ma per essere divinizzati. Ogni emozione deriva dalla sete di memoria, l’amore è forse quel sentimento che comporta la felicità e smania di qualcuno nell’avere un bel ricordo di qualcun altro?
L’invidia si può definire come una bomba, esplosa perché toccata dal capriccio di voler avere un segno nella mente identico a una persona vicina. "Non è possibile che una paura così infantile possa controllare le vite di tutti!", dirà il lettore, "miliardi di persone saranno dimenticate ma quasi nessuno ne fa un dramma". La risposta è servita su un piatto d’argento, non in molti vogliono essere ricordati dalla massa, alla maggior parte basta essere custoditi nel cuore di pochi: chi punta a entrare nei libri di storia sono gli artisti, i quali necessitano di diventare un pozzo da cui si possono pescare idee e prospettive di vita. Così il timore diventa un’opportunità di fare la Storia con la S maiuscola, sempre gli artisti sono i più coraggiosi perché sono gli unici che vogliono sfidare la bestia nera, il dimenticatoio. La sete di memoria ha guidato l’essere umano dai tempi del monolito di Odissea nello Spazio, è la colonna portante di ogni cultura e sarà il motivo della morte di tutti noi, causa di odio e guerre. Ognuno può solo sedersi e farsi trasportare dal suo strano fascino.
Giulio Fratta, 2A liceo Ariosto
