La Nuova Ferrara

Scuola 2030

Un mondo sotto assedio. Le guerre sono tutte uguali?

Lara Di Rosa, Sophia Machado Barrera, Neli Dimitrova*
Un mondo sotto assedio. Le guerre sono tutte uguali?

Come combattere la normalizzazione della violenza e ricordarsi che non esistono conflitti di categoria A e B

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Ferrara Nel mondo dell’informazione non tutte le guerre ricevono la stessa attenzione. I conflitti che compaiono nei notiziari, in prima pagina, e sono oggetto di conversazione quotidiana dei più, sono sempre una minima parte di essi. Altri, in cui muoiono migliaia o addirittura milioni di innocenti, vengono a malapena conosciuti. È come se ci fossero guerre di prima e di seconda categoria, e la sofferenza delle vittime dipendesse dal luogo in cui si è verificato il conflitto.

I “nostri” conflitti

Gli occidentali sono abituati a guerre “di prima classe”. Un buon esempio è il conflitto russo-ucraino, del quale si è parlato quotidianamente perché vicino all’Europa e con ripercussioni sulla nostra sicurezza, sull’energia e sull’economia. Tutti gli attacchi aerei, le operazioni militari e ogni discorso politico sono stati trasmessi in tempo reale. Sul piano medio-orientale, ci si è focalizzati sulla guerra tra Israele e Hamas a Gaza, che ha ricevuto molta copertura mediatica per l’importanza storico-politica che porta con sé.

In Sudan

Mentre queste guerre ben note sono in corso – eppure pare abbiano perso anch’esse di appeal – ce ne sono altre che, silenziosamente, mietono molte più vite, ma a cui non viene data la dovuta attenzione. La guerra civile che infuria in Sudan è iniziata nel 2023: si tratta di un conflitto tra le forze armate sudanesi e le forze di supporto rapido, due gruppi militari membri del Consiglio sovrano, il principale organo esecutivo del paese. La popolazione è stata costretta a fuggire oltre i confini nazionali; tutti i centri urbani sono stati rasi al suolo; la carestia viene usata come strumento di guerra; i militanti attaccano la popolazione indifesa. Chiamarla o meno “pulizia etnica”, “genocidio”? In merito la comunità internazionale è rimasta in silenzio per la maggior parte del conflitto.

In Nigeria

Da oltre un decennio la Nigeria combatte contro Boko Haram – noto gruppo jihadista il cui nome significa “l’istruzione occidentale è proibita” – nella parte settentrionale del Paese.

L’obiettivo di questa organizzazione armata terroristica è principalmente quello di distruggere lo Stato nigeriano laico, imponendo una versione estremista della Sharia, il complesso di regole dettato da Allah che regola la condotta di vita del musulmano. Il gruppo ha compiuto rapimenti di massa, anche bambini, e incendiato villaggi per combattere, disintegrando intere famiglie. Il conflitto ha causato oltre 40mila morti e 2 milioni di sfollati, che attualmente si ritrovano costretti a rifugiarsi in campi profughi, mentre altri vivono in aree svantaggiate.

Le “proxy war”

Poi ci sono le “proxy war”, termine coniato durante la Guerra Fredda che descrive una “guerra per procura”, come quella che tempesta gli stati di Siria e Yemen. Si fa riferimento ad un conflitto in cui superpotenze esterne fomentano e finanziano fazioni locali per combattere per loro conto, evitando in questo modo il coinvolgimento diretto: il tutto con l’obiettivo di ridurre i costi e i rischi che ne deriverebbero. La guerra in Siria imperversa dal 2011 e si è trasformata da conflitto civile ad una guerra di calibro internazionale, che interessa nazioni come Russia e Iran, opposte in questo caso a Usa, Turchia e a molteplici stati sunniti. La situazione in Yemen è esplosa invece nel 2014, chiamando in causa il governo yemenita e una fazione di ribelli, gli Houthi. Si tratta di una crisi umanitaria che ha causato oltre 370mila morti.

Cosa cambia

In generale, la guerra è stata normalizzata e radicata nelle fondamenta della società, tanto da sembrare la norma, mentre appare lontana dalla percezione della popolazione occidentale. La disparità di attenzione mediatica riservata a conflitti come quelli appena ricordati non è casuale, ma riflette la priorità politica e gli interessi di tipo economico: finché alcune guerre “di categoria A” continueranno ad essere raccontate come tragedie universali e quelle “di categoria B” come conflitti irrilevanti e lontani da noi, il silenzio che ne consegue diventerà complice della violenza. Al contrario, informarsi e dare spazio alle guerre di “seconda categoria” aiuterà ad opporsi a questa normalizzazione della violenza e riconoscere la sofferenza degli innocenti travolti dai conflitti. Solo evitando l’indifferenza si potrà arrivare a riconoscere che nessuna guerra è d’importanza marginale quando a morire sono esseri umani. 

*classe 4ªT Liceo Ariosto

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