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Alcolismo e solitudine: qual è la dipendenza più difficile

Alcolismo e solitudine: qual è la dipendenza più difficile

Una storia tra autobiografia e finzione

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«Immagino che non si possa che rimanere delusi dall’amore. Le sostanze, invece, non deludono mai»: è questa la frase che racchiude il significato di “8.6 gradi di separazione” (Nottetempo, 2025) di Giulia Scomazzon, il libro presentato sabato 18 aprile in occasione del Festival delle Parole e che fin da subito si rivela tutt’altro che semplice. Già dalle prime righe l’autrice mostra la difficile realtà che Alice, affetta da una dipendenza alcolica, vive ogni giorno. Fin dal principio del romanzo sorge spontanea una domanda: quanto può essere affidabile una voce narrante che si presenta come un’alcolista? Scomazzon ha spiegato come per il personaggio di Alice fosse necessario ingaggiare una sfida verso l’inevitabile giudizio del lettore e verso se stessa. Alice non solo incarna l’archetipo della dipendenza alcolica, ma soffre anche di agorafobia, che viene introdotta nel romanzo attraverso un fil rouge onirico dove si ritrova in posti aperti e giganteschi, si sente sopraffatta dall’enorme realtà che le sta attorno. Questa fobia è dovuta all’ambientazione del romanzo: la provincia o, come definita dall’autrice stessa, la “periferia veneta”, spazio che può sembrare soffocante e costretto, nel quale però Alice trova conforto e sicurezza.

Scomazzon inoltre ha inserito nel romanzo citazioni letterarie e cinematografiche, riprendendo autori come Vitaliano Trevisan, Shirley Jackson e Christa Wolf e film come “La lettera scarlatta”. Questi modelli, ha dichiarato l’autrice, si intrecciano e delineano la figura della protagonista, come se lei, per concepire le sue azioni, avesse bisogno di un riferimento. L’uso di questi riferimenti è stato funzionale a descrivere un personaggio che ragiona troppo, che rimuginando in modo ossessivo innesca un meccanismo di lenta autodistruzione. Ma nonostante ciò decide di scappare dalle diagnosi della dipendenza, perché si sarebbe dovuta confrontare con la vergogna. Alice vorrebbe guarire, ma senza sentirsi in colpa, senza vergognarsi di se stessa e perciò non fa che sprofondare nel suo vortice di dolore.

L’alcolismo però non è il solo tema trattato; Alice infatti deve fare i conti anche con il suo credo religioso. Scomazzon ha dichiarato di averla immaginata con una curiosa ossessione per l’idea di Dio, che tuttavia non matura mai in una fede totale. «Mi piacerebbe credere a Dio in segreto», scrive. Ciò che però ha innescato la dipendenza di Alice è stato il trauma legato alla morte dei suoi genitori, nonostante ciò venga nominato poche volte e di sfuggita. La dipendenza di Alice infatti ha profondamente a che fare con l’esperienza della morte, l’impossibile metabolizzazione del lutto. Scomazzon infine parla di come creare la sua protagonista sia stato liberatorio, perché costruita con fragilità simili a quelle della madre, ex tossicodipendente e morta giovanissima nel 1994, a cui peraltro è stato dedicato il suo primo libro: “La paura ferisce come un coltello arrugginito”.

Anna Franceschini (3A)

Camilla Occhiali (3B)

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