Grisù 451: la letteratura come bussola dell’oggi
A Ferrara quattro giorni tra libri, giornalismo e identità. Successo per la quarta edizione del Festival delle Parole
Si sono spenti i riflettori sulla quarta edizione del Festival delle Parole di Grisù 451, ma l’eco delle riflessioni nate tra gli spazi della Factory Grisù rimane vivo nei cuori di tutti i partecipanti. Dal 16 al 19 aprile, il Consorzio Factory Grisù, guidato dal presidente Alessandro Canella, si è trasformato in un vero e proprio porto per una comunità di “naviganti” che ha scelto di viaggiare tra le pagine dei libri per decifrare le difficoltà del presente. In queste giornate la parola non è stata celebrata come un reperto antico, ma come una bussola necessaria per orientarsi nel mare aperto della contemporaneità.
Passato e presente Il Festival, nato da un’idea di Paolo Panzacchi, ha confermato la sua missione: dimostrare che la letteratura, come ha dichiarato lui stesso, è parte della vita di tutti i giorni e diffonderla è l’unico modo per salvare la cultura. Perché è stata scelta l’immagine dei “naviganti” per la locandina dell’evento? In un’epoca di comunicazioni istantanee e spesso superficiali, navigare richiede pazienza, tecnica e soprattutto il coraggio di abbandonare le certezze della terraferma. Gli incontri di questa edizione hanno spinto il pubblico esattamente in questa direzione. Non si è trattato di semplici presentazioni editoriali, ma di immersioni profonde in temi attuali: il giornalismo, l’identità, la felicità. Il panorama degli ospiti ha intercettato le molte anime del mondo culturale.
Lo spazio d’apertura è stato consegnato alle parole della letteratura: dalle memorie di Giorgio Bassani con l’opera di Marcello Azzi all’amicizia tra Gianni Celati e Italo Calvino di cui si sono occupati Nunzia Palmieri e Marco Belpoliti fino alle parole affilate di Giulio Zambon sulle orme di Dante e dei grandi classici alla riscoperta di noi stessi Grande partecipazione e successo di pubblico hanno riscosso le due tavole rotonde proposte. Francesca Milano (vicedirettrice Open), Martina Pennisi (Corriere della Sera), Nicola Franceschini (freelance) e Marco Zavagli (estense.com) hanno messo in luce la vitalità del giornalismo, ma anche i rischi che corre a causa degli effetti dell’utilizzo dell’IA. Tutti concordano però che «la menzogna si scrive col sangue, per la verità basta l’inchiostro», come ha scritto Bertold Brecht.
Sguardi e linguaggi Nella tavola rotonda di sabato si è parlato invece di traduzione con Ilide Carmignani, Michele Piumini e Monica Pavani, tre illustri traduttori italiani che con il loro lavoro permettono alla parola di non finire dentro i confini di una sola lingua. Un tema approfondito è stato quello dell’invisibilità di chi traduce che deve essere in grado di essere fedele ai testi originali senza cadere nella tentazione di sostituirsi agli autori. Uno degli obiettivi del Festival è stato anche quello di dar voce a nuove scrittrici esordienti. Elisa Andriano con “Sembrava dovessero incendiare il mondo”, Maria Teresa Rovitto e il suo “L’aneddoto dei calchi”, Ilaria Camilletti con Ilaria nella giungla e Nicole Trevisan con “Malefica” ci hanno fatto scoprire cosa vuol dire cominciare a scrivere e quali ostacoli si incontrano, ma hanno anche testimoniato la loro determinazione e il loro entusiasmo.
Il peso delle parole Non sono mancati autori di spicco del panorama editoriale contemporaneo con i loro romanzi di grande successo. Elena Stancanelli con “La gioia di ieri” e Maria Grazia Calandrone con “Dimmi che sei stata felice” tratteggiano figure di donne non convenzionali che indagano con spietata onestà la dimensione dei sentimenti e delle relazioni umane. “L’inverno delle stelle” di Nicoletta Verna adotta lo sguardo invece di una ragazzina, Sirio, catapultata nel complesso periodo storico del 1943, alle prese con la difficoltà di comprendere il mondo dei grandi per potere scegliere la sua strada. Teresa Ciabatti infine con “Donnaregina”, finalista al Premio Strega, incontra il mondo della camorra e del boss Giuseppe Misso, detto ’o Nasone. La prospettiva non è quella cronachistica o giuridica, bensì quella antropologica di chi cerca di entrare nelle motivazioni e nelle contraddizioni di chi sta dalla parte della criminalità. Il Festival ha condotto il pubblico presente in una navigazione fatta di condivisione e di dialogo attraverso le storie e le narrazioni della cultura, quella affermata e quella esordiente e da scoprire. Perché le parole hanno un peso, un corpo e una consistenza: costruiscono e contribuiscono a definire gli orizzonti di oggi e di domani.
Elisa Pagliarini (4ª B)
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