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cronaca

Quel boato del Po che portò la morte nel Polesine

Cinquantanove anni fa alle 19 si sentì un forte boato: il fiume aveva rotto. Fu l'alluvione del Polesine. Una tragedia immensa


14 novembre 2010 Fabio Ziosi



Siamo tutti "impastati" di terra e acqua. Ma i ferraresi forse più degli altri. E' la terra piatta, senza la minima asperità. E' l'acqua delle centinania e centinaia di chilometri di canali più o meno grandi e lunghi che scorrono nella nostra provincia. E' l'acqua del Po ed è la terrà degli argini che ci proteggono. Tutta la nostra storia è fatta di questo, nel bene e nel male. Un "legame" che ti segna per sempre, che entra nei tuoi cromosomi.
Sono soprattutto i vecchi - ma a volte capita anche ai giovani - ad andare lungo gli argini per "controllare" lo stato del Grande Fiume. Così è stato nei giorni scorsi dopo le intense piogge che hanno alzato il fiume a livelli molto alti. Una volta si partiva dalla città per andare a vedere il fiume ingrossato e gonfio, dalla velocità impressionante percepita solamente quando in mezzo si vedeva scendere a valle un albero o un groviglio di rami o la schiuma.

La sensazione che si ha dall'argine è sempre quella: col fiume ci dobbiamo fare i conti. Non ci sono computer, non è un gioco virtuale, non puoi resettare o spegnere. Quando il 20 ottobre del 2000 si arrivò ad una delle massime piene registrate (la quarta in assoluto, con il colmo di piena di 3.60 sopra lo zero idrometrico) i tecnici della protezione civile stavano pensando di far saltare il ponte della ferrovia a Pontelagoscuro. Una cosa da niente se fosse stato un videogioco: boom, il ponte salta e tutti si salvano e si può proseguire il gioco. Non è così.
Il massimo colmo di piena in assoluto (4.10 metri) fu registrato il 14 nonembre del 1951. Cinquantanove anni fa, proprio come oggi, alle ore 19 si sentì un forte boato: il fiume aveva rotto. Fu l'alluvione del Polesine. Una tragedia immensa che avvenne - per noi - dall'altra sponda del fiume, ad Occhiobello, Santa Maria Maddalena. Una tragedia che segnò però anche questa parte del fiume.

Alle ore 19 il Po ruppe a Paviole facendo una breccia di 240 metri; poco dopo, alle 20.45, nuove rotte a Bosco e Malcantone. In poche ore vennero allagati 40.000 ettari di terra. L'acqua si mescolava con la terra dei campi, con le case, con la gente. L'acqua si portava via tutto quello che trovava, i mobili delle case, gli animali, gli uomini: furono 91 le persone decedute nell'alluvione.

Di queste 84 nel famoso camion della morte di Frassinelle. Il giorno 15 l'automezzo era partito alle prime ore del mattino da Rovigo per Fiesso Umbertiano per andare a prende alluvionati e portarli nelle zone sicure. Lungo la strada aveva caricato altri bisognosi d'aiuto. Erano le cinque del mattino quando vicino a Fiesso, verso Strada Romana, il camion incontrò una persona sulla via che faceva dei segnali; l'autista scambiò quei gesti per una richiesta d'aiuto, di essere magari preso a bordo assieme agli altri. Il camion tirò dritto. L'uomo invece cercava di segnalare che più avanti l'acqua aveva invaso la strada. Oggi un cippo ricorda ancora quei morti; a salvarsi furono solamente sette o otto persone.

Nel 2001, in occasione del cinquantesimo dell'alluvione, la Nuova Ferrara fece alcune pagine su quegli avvenimenti, ascoltando anche alcuni protagonisti di quei giorni. Come il mitico sindaco di Occhiobello, Nerio Campioni, che allora aveva 25 anni, ci raccontò: «Dal 10 novembre la stagione era tremenda, pioveva, il mare non riceveva e il Po aumentava. Interpellai i tecnici del Genio Civile di Rovigo e uno di loro mi disse "Questa volta non riusciremo a fermare le acque del fiume. Dobbiamo solo aspettare". Le ronde controllavano gli argini. Lunedì 12 mi sono alzato e da allora sono sempre stato sul Po, non sono più andato a letto. Il 14 mattina, la situazione stava precipitando, alle ore 11 decisi di fare una riunione con gli altri amministratori del Comune, decidemmo di dare la laga con il trattore. I sacchetti erano pochi e si andava a prenderli con una vespa a S. Maria Maddalena, ma ne occorrevano tanti. Alle ore 14 aveva già cominciato a tracimare in alcuni punti e alle 16 l'ingegnere capo sezione Genio Civile di Rovigo ha chiesto: "Cosa facciamo, sta tracimando se va avanti così allaghiamo tutti". Gli dissi che volevo dare l'allarme. "Lei non può creare il panico", mi rispose. Ho consultato i miei collaboratori e ho indossato la fascia tricolore, ho chiesto al prete di suonare le campane, ho fatto suonare la sirena e ho fatto sparare alcuni colpi in aria per lanciare l'allarme. All'ingegnere ho detto che da quel momento la situazione era nelle mie mani. Ho invitato la gente ad andare sugli argini perché il fiume doveva rompere».

Un'altra testimonianza, molto toccante, quella di Rodolfo Graziani, che allora aveva 8 anni e abitava a Ruina: «Ero sull'argine con mio padre e guardavamo cosa stava succedendo, ad un certo punto ho visto dagli alberi che il fiume calava. Mio padre mi strinse forte la mano e io dissi: "Papà cosa fai, mi fai male". Mi rispose: "Al me putin, l'ha rott". Bisognava aspettare per sapere dove. Furono attimi lunghissimi. Eravamo di fronte a Garofalo e a un certo punti sentii come una mandria di bufali. Mio padre mi disse: "Possiamo andare, ha rotto di là"».

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