E Bertolucci mi disse: sarai il mini-Depardieu
Roberto Maccanti oggi ha 51 anni e nel film interpretò il giovane Olmo Il cinema? «È un bellissimo ricordo. Oggi fa l’operatore ecologico»
Ora che ha varcato la soglia dei cinquant'anni non assomiglia più a Gérard Depardieu eppure, Roberto Maccanti, interpretò proprio il personaggio del giovane Olmo Dalcò in Novecento; lo storico lungometraggio di Bernardo Bertolucci. Da quel giorno in cui venne notato dal regista in una gelateria di San Giovanni di Ostellato sono passati quarant'anni. L'abbiamo rincontrato per scoprire cosa è rimasto in lui di quel primo ciak avvenuto all'età di 11 anni.
Come è avvenuto il primo incontro con Bertolucci?
«Ero seduto alla gelateria del paese con gli amici quando ad un certo punto si è avvicinata una macchina scura, si è abbassato il finestrino e un uomo mi ha detto: "Ragazzino ti va di fare un film?".
Io dissi che dovevo chiederlo ai miei genitori così accompagnai l'uomo in auto a casa dai miei, parlarono un po' poi l'uomo disse: "Facciamo qualche foto al ragazzo poi se andranno bene nei prossimi giorni verrà qui il direttore di produzione con il contratto", e così fu. Tre giorni dopo firmammo il contratto di lavoro e poi partii alla volta di Parma per le riprese di Novecento. Quell'uomo in auto che si fermò vicino alla gelateria a San Giovanni di Ostellato era proprio Bertolucci; stava andando verso il mare per cercare il volto adatto in spiaggia vista la bella stagione, ma si fermò prima e scelse me».
A Parma cosa l'aspettava? «Rimasi là per tre mesi. Alloggiavo al Palace hotel e con me c'era mio fratello, già maggiorenne, che fungeva da tutore. Era un ambiente diverso da quello a cui era abituato e i primi giorni fu un po' dura ma poi mi ambientai senza problemi. Al mattino veniva a prendermi l'autista e mi accompagnava sul set. Durante la pausa pranzo mangiavo, ricordo che c'era di tutto. Nei giorni liberi andavo a vedere qualche partita di calcio nelle vicinanze, ma per lo più stavo sul set a guardare anche il lavoro degli altri. A volte io e Paolo Pavesi, il bambino che interpretava Alfredo da ragazzo (oggi vive in un paese nel Parmense e fa l'elettricista), ci divertivamo a fare degli scherzi alle comparse. Eravamo un po' pestiferi (sorride)».
E il primo giorno di set se lo ricorda?
«Eccome. Avevo i capelli lunghi e la prima cosa che hanno fatto i parrucchieri è stato rasarmi. Poi sono arrivati i costumisti, ho dovuto provare tanti vestiti fino ad arrivare al completo definitivo, quello di Olmo: camicia e cappello di flanella, pinocchietti di sacco di iuta, calzettoni di lana e zoccoli di legno. Facevano un caldo pazzesco ma all'epoca in cui era ambientato gli indumenti erano quelli. Poi ho ricevuto il copione e avevamo un insegnante che ci aiutava con le battute.
Dovevamo essere sul set alle nove del mattino e io arrivavo alla sera sempre stanchissimo. Una volta dopo una giornata di riprese si accorsero che si erano verificati alcuni problemi con filtri e colori: abbiamo rigirato le scene e finito a notte inoltrata. Il giorno dopo me l'hanno dato di riposo perché ero allo stremo delle forze. Non era semplice, occorreva molta concentrazione anche se per alcuni versi per me era come giocare».
C'è un episodio avvenuto durante le riprese che porta con sé in maniera particolare?
«La scena delle rane. Prima di girare quella parte mi accompagnarono in un canale dicendomi che dovevo pescare le rane ma era troppo profondo, l'acqua mi arrivava fino ai gomiti e io, a casa mia, le rane le cacciavo dai fossi. Allora hanno costruito una passerella sottacqua sulla quale io potessi camminare e poi, tra l'erba alta, si era nascosto un nano che teneva le rane in mano. Io da lui le prendevo, facendo finta di pescarle e poi le infilzavo con il fil di ferro. In più per evitare che mi bagnassi, e quindi ammalassi, sotto il vestito mi avevano cucito una tuta di nilon che fungeva da impermeabile. Poi tante altre scene che ancora oggi porto nel cuore e a rivederle mi emozionano».
Lei poi diceva che quella che si sente nel film è proprio la sua voce…
«Certo, terminate le riprese andammo due settimane a Roma per il doppiaggio. Il direttore che ci seguiva era il grande Riccardo Cucciolla. Anche quella è stata una grande esperienza, anche se meno divertente…».
Ma quando è finita la lavorazione, come è stato tornare al paese?
«Mi chiamavano tutti Olmo e ancora oggi sono conosciuto come Olmo, quasi nessuno mi chiama Roberto. Gli amici volevano sapere tutto, facevamo lunghe chiacchierate. E' stato bello tornare. Non ho mai pensato però di continuare lungo quella strada, magari oggi ogni tanto mi dico: "Se lo avessi fatto..", ma all'epoca non c'erano le possibilità. Comunque non ho rimpianti. Dopo essermi sposato sono andato a vivere a Migliaro, ho una moglie, due figli, il mio lavoro. La mia vita è questa e sono contento di ciò che ho. Ricordo che nel 1976, dopo tre anni, vennero a cercarmi per un nuovo film ma nel frattempo io ero cresciuto e loro invece avevano in mente sempre quel bambino biondino. Non avevo più le caratteristiche desiderate. Quella è stata l'ultima volta che sono entrato in contatto con il mondo del cinema».
Di Bertolucci, Depardieu o De Niro ha qualche ricordo? «Erano tutte persone davvero splendide. De Niro lo vedevo poco, soltanto a volte sul set. Con Depardieu invece, che stava nello stesso hotel dove alloggiavo io, il rapporto era diverso: c'era complicità. Scherzavamo e giocavamo spesso. Bertolucci mi chiedeva sempre come stavo, se avevo mangiato bene, se era tutto a posto. Davvero molto cortesi. Ma anche la Sandrelli o Lancaster, erano buoni con me. Io poi ero un bambino quindi era anche più semplice rapportarsi (e sorride) spesso quando passavano tra una carezza o uno scappellotto, mi regalavano un sorriso».
Samuele Govoni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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