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Filippini, la voglia di creare sulla soglia dei novant’anni

di Andrea Samaritani
Filippini, la voglia di creare sulla soglia dei novant’anni

Pittore e scultore ha ricavato una galleria nelle camere della propria abitazione Allievo di Laerte Milani dopo si è liberato delle nozioni per uno stile più moderno

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di Andrea Samaritani

Arrivo in via Boiardo a piedi, suono il campanello e non ho risposta. In effetti sono in anticipo sull’appuntamento. Esce una signora che mi chiede chi cerco. Le rispondo che sto suonando da Filippini, l’artista. Lei mi guarda e replica: «Ah è quel signore distinto che abita al secondo piano? Non so se è un artista, però è molto gentile ed educato. Sarà andato al bar a leggere il giornale». Dopo poco l’artista arriva, chiuso nel suo loden verde, il sorriso sereno, tonico e per niente affaticato dopo la sua camminata giornaliera del dopopranzo. Mi invita a entrare, saliamo le lunghe scale del palazzo costruito negli anni Sessanta. Dietro una normale porta, di un condominio come ce ne sono tanti a Ferrara, si apre un mondo d’arte inaspettato, per i suoi vicini e per la stragrande maggioranza dei ferraresi. Una piccola galleria d’arte composta da quadri e sculture in terracotta realizzate, nell’arco di diversi decenni, da Alfredo Filippini, il pittore della porta accanto, lo scultore tra la gente. L’ultimo dei novecentisti ferraresi, che quest’anno, in ottobre, compie novant’anni.

«Con l’età il tempo si velocizza, non faccio in tempo a cimentarmi in una scultura che è già sera», inizia così la nostra conversazione, a sedere sui divani nella prima stanza della sua casa-studio. Le pareti sono allestite con grandi copie di quadri di Tiziano e Michelangelo, a grandezza naturale, che Alfredo ha voluto tenere per sé, a ricordo della sua intensa e proficua attività pittorica di copista. Mi invita ad alzarmi per vedere da vicino i quadri con i paesaggi del Delta del Po, Comacchio, Cervia. Dipinti su legno, compensato o cartone, perché sono i suoi supporti preferiti. Si sofferma sul piccolo dipinto che raffigura uno scorcio sul Po a Pontelagoscuro con tre barconi da carico come oggi non se ne vedono più, quelli che andavano con la vela o trainati da vaporetti o da animali con le corde dagli argini. L’ha realizzato nel 1950 un pomeriggio insieme a Tito Salomoni e Carlo Rambaldi, con i quali usciva spesso per abbozzare dipinti con il cavalletto all’aperto, alla ricerca di scenari ferraresi. Poi mi descrive un quadro con una vista dalla sua finestra verso la chiesa di San Benedetto del ’58, prima che costruissero i condomini come il suo, quando c’erano gli orti e le case basse. Alfredo mi introduce nella sua arte senza farmi pesare i pensieri che ci stanno dietro. Perché dietro le sue opere non ci sono paradigmi, teorie estetiche o tantomeno messaggi sociali da comunicare all’umanità. C’è la ricerca del bello, che non è poco, senza enfasi e con grande umiltà.

Artista a 360 gradi.

Filippini è eccellente artista-restauratore-copista. I suoi quadri si mescolano a quelli di Tiziano e Michelangelo, senza stacco, anche perché nelle sue copie il taglio lo si vede comunque, i corpi delle figure sono più vellutati, tondi, resi più familiari dalla mano felice di Alfredo. La sua casa ha diverse stanze, di cui tre dedicate interamente all’arte: la stanza della pittura, quella della scultura e la stanza-galleria della scultura. Nello studio di pittura sul cavalletto c’è una copia di Zurbaran: «È il soggetto della Vergine Bambina, che però non è stata in mostra a Palazzo dei Diamanti».

Ci sono tanti soggetti con le montagne dove un tempo gli piaceva andare per le lunghe camminate ed escursioni che oggi non riesce più a fare: Ortles, Andalo, Val Badia, Val Senales, gruppo del Sella, l’elenco delle località di vacanza dell’arco alpino è al completo.

Ogni tanto si lancia in virtuosismi stilistici. Ad esempio nei due quadri che mi mostra, dove nel primo c’è la scena classica del pittore che ritrae la modella nuda, mentre nel secondo inverte i ruoli e dipinge la modella vestita da pittore che ritrae il pittore stesso diventato il modello nudo. Un gioco simile realizzato nel doppio ritratto dedicato all’amica giapponese in kimono, venuta a Ferrara per frequentare il Conservatorio Frescobaldi, raffigurata sia davanti che dietro, un doppio nella stessa tela.

«Di Ferrara mi sono rimaste pochissime tele, sono andate tutte vendute. C’è rimasto giusto uno scorcio delle mura di Ferrara viste da un pertugio del tratto denominato degli Angeli». Paesaggio e figura sono i due grandi temi che dominano la stanza della pittura.

Le altre camere.

Anche la camera da letto è una stanza d’arte occupata da una copia del grande tondo Doni degli Uffizi di Firenze, da una copia del Tiepolo e un quadro del Settecento originale, restituito alla luce dopo un lungo restauro e pulizia che ha condotto Alfredo in prima persona. Sul comodino due madri in terracotta del suo maestro Laerte Milani.

La stanza della scultura è invasa dalle tantissime sculture archiviate sugli scaffali. Tra loro c’è la prima opera realizzata negli anni Ottanta, che raffigura due ragazzi punk. La sua prima opera originale di libera ispirazione. In mezzo alla folla di sculture intravedo il bozzetto in terracotta della formella con cui parteciperà al concorso di Massa Fiscaglia la prossima primavera.

L’ultima stanza è quella del deposito delle sculture, disposte come in un museo, su basamenti, tra le quali spiccano senz’altro ed inaspettatamente la serie dei ballerini che sembrano realizzati da mani giovani, in un virtuosismo e con una eleganza giovanile. Come le figure in terracotta ispirate al mondo dello sport, corpi tonici, figure che si contorcono nello sforzo fisico, sia ginnico che ritmico.

Gli ultimi anni.

A fine carriera Filippini si libera delle nozioni accademiche e propone sculture moderne che evocano uno stile metropolitano, quasi modaiolo. Si è alleggerito di tutto, studia, progetta e modella la creta creando sculture più vicine a Big Jim o alla Barbie, che ai classici. Però con la sua mano ormai educata alle proporzioni e a tutte e sei le dimensioni. Perché in scultura si arriva alla sesta dimensione: «In genere parto da una fotografia, che è ad una dimensione, poi mi devo immaginare le altre cinque. Non ci si pensa mai, ma c’è anche il sopra e il sotto. Come in un dado».

Di questa ultima serie Paolo Volta, della Galleria del Carbone di Ferrara, ne ha scelte due, i Lottatori e Achille con la leggendaria freccia nel tallone, che ha portato in mostra a Norimberga e poi in altre gallerie tedesche fino a giugno 2014. I corpi in terracotta dei suoi atleti sono moderni. Ma i loro volti sono antichi. Tradiscono un modello, rivelano le sembianze e gli stilemi delle opere del suo maestro: Laerte Milani (1913-1987), storico insegnante al Dosso Dossi dal ’41 al ’76.

«Ho seguito Milani nei corsi che teneva nell’ex chiesa di San Niccolò, gestiti dal Club Amici dell’Arte, ma anche da solo nel suo studio, in via Pioppa, fuori mura - mi racconta Alfredo -, nel cortile della villa c’era il capannone dove realizzava le sculture grandi. Gli ho fatto da assistente nella realizzazione della “Vedova di guerra”, opera in bronzo collocata in forma permanente nell’ultima navata a destra della chiesa di Santa Maria in Vado. Una figura a grandezza naturale, raffigurante la vedova di un soldato caduto in guerra, nell’atto di scendere dai gradini di una scala, con un figlioletto in braccio e proteggendo con l’altro braccio il secondo più grande. Era l’estate del 1985, ci abbiamo lavorato insieme per varie settimane, iniziando alle cinque della mattina, per evitare il caldo del mezzogiorno. Il maestro è venuto anche tante volte nel mio studio per guardare e giudicare le opere in corso di esecuzione. Mi dava consigli, mi ha pure affidato degli incarichi, come ad esempio quella volta che ho aiutato i docenti del Dosso Dossi a realizzare un busto di Garibaldi da donare a Craxi, cotto poi nel grande forno della scuola. Dopo la morte del mio maestro, su richiesta della moglie ho restaurato diverse sue sculture».

Sull’uscio della porta mentre lo saluto, con uno sguardo veloce riguardo la casa e penso che l’esistenza appartata, ma altamente creativa, e la generosità di Alfredo Filippini siano un bel regalo per Ferrara.

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