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Ferrara

Il questore chiama mamma Patrizia

di Daniele Predieri
Il questore chiama mamma Patrizia

Ieri mattina la telefonata. Il prefetto Tortora ribadisce: «Le sentenze vanno rispettate, così si riaprono vecchie ferite»

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Se potessero parlare... Ma non lo fanno, non possono farlo, non parlano quelli che Patrizia Moretti chiama i «poliziotti buoni», «quella parte della polizia che dovrebbe dissociarsi dagli applausi, parlare per poter far sentire la propria voce». Uno di tanti «poliziotti buoni» in servizio alla questura diceva - rigorosamente in modo anonimo - ieri mattina che non ci sono poliziotti buoni o cattivi, «solo poliziotti, ma è meglio non dir nulla, e non per lasciar perdere, lasciamo parlare i vertici della polizia e del ministero». Il capo della polizia Alessandro Pansa aveva già detto e spiegato in modo diretto, proprio al congresso del Sap di Rimini «io sono un poliziotto, non devo dire da che parte sto». E poi esprimendo «vicinanza e solidarietà» a Patrizia Moretti diceva di «non riconoscersi in alcun modo in comportamenti che trovo gravemente offensivi nei confronti della famiglia Aldrovandi e della società civile che crede nell'operato delle donne e degli uomini della polizia». Parole cui fa riferimento lo stesso questore di Ferrara, Orazio D’Anna, che ha ribadito di non avere dichiarazioni da rilasciare e che «ha parlato per tutti il capo della polizia». Ma parlando in privato, il questore D’Anna con una telefonata in prima mattinata, ieri, ha testimoniato alla mamma di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti, come era già avvenuto in altre circostanze, vicinanza a lei e alla famiglia. Non solo del questore ma della Polizia. Così come ha fatto lo stesso prefetto Michele Tortora: parole ovvie, comprensibili a tutti, condivisibili da tutti, che esprimono il massimo principio del garantissimo e del rispetto dello Stato di diritto: «Io credo sia opportuno riaffermare il principio che le sentenze vanno rispettate e che questo è il presupposto di base di ogni considerazione sulla vicenda». La vicenda Aldrovandi che innesca ancora oggi a distanza di quasi 10 anni parole e comportamenti senza freni, come quelli degli applausi ai tre poliziotti condannati al congresso Sap di Rimini: «Se si nega questo principio - ha ribadito il prefetto - si rischia di aprire delle ferite che con grande fatica stiamo cercando di rimarginare».

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