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«Nel cantiere di Cona pagato due volte neanche un cavetto»

di Alessandra Mura
«Nel cantiere di Cona pagato due volte neanche un cavetto»

L’ex direttore dei lavori respinge le accuse di spreco di soldi pubblici: «Rifiutai tutte le pretese di Prog.Este»

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Sette ore sotto torchio, a contrapporre alle parole delle intercettazioni i fatti di normative, documentazioni, resoconti e dati; a difendere punto per punto il suo lavoro; a rivendicare la correttezza del suo operato.

Non ha ceduto un attimo, Carlo Melchiorri, il direttore dei lavori per l’ospedale di Cona finito sotto processo, insieme ad altri dieci imputati, per presunte irregolarità e sprechi di denaro pubblico nel corso di quel cantiere infinito. «Non è stato pagato due volte nemmeno un filo elettrico», è sbottato durante l’interrogatorio-fiume, incalzato dal pm Castaldini a giustificare le parole, le frasi, gli sfoghi catturati dalle intercettazioni, nel vortice di telefonate innescato dalla guerra all’ultimo euro con Prog.Este. «C’erano continue richieste di denaro da parte dell’impresa per presunti lavori aggiuntivi; ma io non ho mai riconosciuto questi oneri perché erano già compresi nel contratto. Anzi, trovavo vergognoso che si chiedessero altri soldi per rimettere mano a opere eseguite male. Tutti i rifacimenti sono stati pagati dalle imprese stesse, non dall’azienda». E in ogni caso, ha chiarito facendo ammenda di un lapsus in un’intercettazione, i contrasti erano frutto di errori di costruzione, e non di progettazione. Se quest’ultima ha dovuto subire modifiche, ha ribadito, era per essere adeguata non solo alle novità normative, ma anche ai diversi bisogni di un ospedale raddoppiato rispetto alle scelte politiche originarie, oltre che alle esigenze dell’università.

Melchiorri ha liquidato le dichiarazioni di Marino Pinelli (il responsabile amministrativo condannato in abbreviato) come «ricostruzioni fantasiose e calunniose», e bacchettato a più riprese anche i consulenti della procura: il tecnico Masnata chiamato a esprimersi sulla qualità del calcestruzzo, e l’ingegner Marinelli chiamato a valutare la bontà delle perizie di variante e che, a detta di Melchiorri, «avrebbe dovuto guardare anche lo stato di avanzamento lavori, i computi metrici: ci sono faldoni che non sono stati mai aperti».

Quindi le contestate perizie 4 e 5, oggetto del capo di imputazione, non erano certo il “carrello della spesa” citato dal giudice nelle motivazioni di condanna di Pinelli, e ricordato anche ieri in aula dal pm. Al contrario, si è difeso Melchiorri, «le perizie di variante avevano sempre un oggetto preciso, chiaramente individuato e non previsto nel progetto-offerta».

L’ex direttore dei lavori sciorina a braccio dati, cifre, cubature, dettagli: è un libro aperto su quel cantiere-mostro da 166 milioni di euro, 450 operai, 11 imprese, 20 anni di travaglio.

Secondo il pm nella variante 5, ribattezzata “la variante delle varianti”, c’era finito un po’ di tutto, a mo’ di rifugio peccatorum delle carenze progettuali. In quella variante, ha replicato Melchiorri, c’erano finiti 400 mila euro di opere civili e 4 milioni e 400mila euro di impianti elettro-meccanici. Le prime per ricavare due degenze per detenuti, non previste nel progetto iniziale ma successivamente richieste dal ministero. I secondi per assicurare all’ospedale la sufficiente dotazione di kilowatt, dopo che da semplice Sant’Anna bis era stato destinato a diventare una struttura ospedaliero-universitaria. «Il Sant’Anna aveva comprato 5 milioni di attrezzature, senza la variante quel materiale sarebbe stato cestinato e non avremmo mai potuto aprire i laboratori». Il pm ha anche contestato la realizzazione separata di strutture e impianti elettrici. Melchiorri ha replicato che era l’unico sistema per procedere senza fermare i lavori, anche perché «bisognava lottare perché Cona non diventasse una cattedrale nel deserto, ce ne sono già troppe a Ferrara».

Al capitolo calcestruzzo, e al capo di imputazione che ipotizza l’utilizzo di materiale depotenziato, Melchiorri come già ricordato ha criticato la relazione del perito di parte. Per l’ospedale sono stati utilizzati solo due tipi di calcestruzzo, l’Rck 25 e l’Rck 30, mentre il consulente della procura «ha preso in considerazione anche altri tipi, quelli che si adoperano ad esempio per le fondamenta dei box temporanei del cantiere, poi destinati alla demolizione». Al contrario, ha sostenuto l’imputato, nei due tipi usati per la struttura la quantità presente nelle ricette «era anche maggiore rispetto al previsto».

Infine, la procura si è soffermata su altri due aspetti: il primo riguarda i 3 milioni di euro riconosciuti a Prog.Este per riserve tecniche, interpretati dall’accusa come una sorta di accordo, di concessione per chiudere il cantiere. Melchiorri ha ricordato di aver riconosciuto solo 3 riserve su 12 e per un importo molto inferiore rispetto ai 21 milioni pretesi. Il secondo è relativo alla richiesta di adeguamento prezzi per 3,5 milioni di euro avanzata sempre da Prog.Este sulla base di un decreto ministeriale. «Per noi era un’assoluta novità - ha concluso Carlo Melchiorri - ma compimmo tutta l’istruttoria chiedendo alle imprese di documentare l’istanza».