«Mio figlio è morto». Ma è una scusa per non pagare
Truffa e appropriazione indebita. Un avvocato indaga per l’azienda danneggiata e scopre il raggiro
«Purtroppo mio figlio non ce l’ha fatta, è morto». Così una rappresentante ha giustificato con l’azienda la sua assenza dal lavoro. Solo che quella frase micidiale affidata a un sms, e che ha lasciato impietriti e addolorati i titolari della ditta era una “scusa”, un modo per guadagnare tempo e non restituire denaro e materiale di cui si era impossessata.
Ieri S.D.B. ha patteggiato 8 mesi e 400 euro di multa per appropriazione indebita e truffa aggravate, ma la vicenda va ben oltre i confini giudiziari e processuali. Va da sè che il figlio in questione, un ragazzino di otto anni, è vivo e vegeto ed è proprio per il suo coinvolgimento indiretto nella storia che omettiamo il nome esteso dell’imputata.
Quest’ultima nel febbraio del 2011 aveva stipulato un contratto d’agenzia con la Zima, un’azienda ferrarese che si occupa di sistemi di allarme. Suo compito era quello di procacciare clienti e vendere sistemi di sicurezza. Tutto fila liscio fino a maggio, quando la donna vende due sistemi di allarme ad altrettanti acquirenti, e provvede inoltre alla fornitura di materiale per altri clienti.
L’azienda le dà carta bianca, sarà lei a gestire le pratiche, poco più di 5000 euro in tutto: è il 26 maggio. Il 27 però, la donna non si presenta al lavoro e il suo cellulare squilla a vuoto. Lei risponde con un messaggino: il figlio - scrive - ha avuto un incidente alla piscina di via Bacchelli, ha sbattuto la testa ed è stato portato al Sant’Orsola con un grave trauma cranico. I titolari le manifestano vicinanza e solidarietà e il giorno successivo, quando la donna comunica che il figlio “purtroppo è morto”, restano di sasso. Passa ancora qualche giorno e arriva un altro sms: «Abbiamo fatto il funerale, non vedo l’ora di tornare al lavoro e lasciarmi tutto questo alle spalle”. Ma al lavoro, invece, S.D.B.non si farà più vedere, nè risponderà più al telefono.
L’azienda - siamo ormai a fine giugno - si rivolge all’avvocato Luca Morassutto per fare chiarezza. E l’avvocato, svolgendo le sue indagini difensive, ne scopre delle belle. Primo: scandagliando Internet non c’è traccia di notizia di un grave incidente alla piscina Bacchelli nel mese di maggio. Secondo: dall’estratto anagrafico risulta che il bimbo è ancora tra i vivi.
Allibiti e infuriati, tramite il loro legale i titolari della Zima chiedono dunque la restituzione del maltolto e delle chiavi dell’azienda. La donna fa riavere solo le chiavi.
Ma le indagini dell’avvocato Morassutto proseguono, e anche gli accertamenti presso i clienti offrono altri colpi di scena. I due che avevano acquistato i sistemi di allarme avevano saldato e rilasciato regolare fattura, ma la Zima non aveva mai visto nè il denaro nè la ricevuta.
La cliente che avrebbe dovuto ricevere materiale di magazzino, invece, è risultata essere una signora che l’imputata conosceva da tre mesi perché i loro bambini giocavano insieme. E che era ignara di tutto: sul contratto di fornitura il suo cognome era stato riportato storpiato, un “falso” per poter avere un documento da esibire all’azienda e ritirare dal magazzino il materiale E di questo che ne aveva fatto? Semplice, aveva aperto un sito abusivo dell’azienda (che all’epoca non era su internet) e messo in vendita utilizzando l’utenza di un amico.
Con questa scorta di materiale raccolto dalla parte civile, ieri al processo all’imputata non è rimasto che patteggiare, con sospensione della pena subordinata alla restituzione del maltolto.
«Di questa vicenda colpisce non tanto il reato in sè, pur grave, ma la spregiudicatezza e la mancanza di scrupoli dimostrate dell’imputata - commenta l’avvocato Morassutto - Sarà mia cura verificare il risarcimento del danno e, in caso contrario, stimolare il tribunale per applicazione della pena».
Alessandra Mura
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