Il grande pittore Capuzzo raccontato da Maria Luisa
La signora ci parla della sua vita al fianco del celebre ‘zingaro del pennello’
di Andrea Samaritani
«L. a prima volta l’ho intravisto lassù, abbarbicato, mentre dipingeva l’affresco dedicato a Italo Balbo. Avevo nove anni. Il grande maestro ne aveva trentasei», inizia così la storia d’amore e di vita di Maria Luisa Frignani, che ricorda con lucidità e senza rimpianti, «Una adolescenza senza troppi grilli per la testa e un unico pensiero: diventare la donna di quel pittore, così tanto famoso, di cui tutti parlavano, che mi sembrava irraggiungibile. Appena potevo chiedevo a mia zia di accompagnarla mentre consegnava a Mario Capuzzo la biancheria lavata e stirata. A volte gliela portavamo sui cantieri, altre volte nel suo studio in via Cairoli 36. Fino a quel giorno, tanto atteso, quando con un sorriso mi ha dato un buffetto sulla guancia!».
Maria Luisa aveva agganciato il suo mito, che da lì a qualche giorno l’avrebbe addirittura invitata ad accompagnarlo in bicicletta fino al “mare di Bologna”, cioé alla chiusa del fiume Reno a Casalecchio. Un viaggio compiuto in giornata, carico di emozione.
«Più tardi mi ha poi raccontato che in quegli anni, anche se io ero ancora adolescente, lui pensava già così di me: ‘aspetterò, ma quella lì me la sposo’, e infatti così è stato. Ci siamo sposati il 17 gennaio del 1946 nella chiesa di Stellata di Bondeno. Poi siamo andati a Trieste, abbiamo comprato casa a Porto Rose, ci siamo stati tre anni, poi via per l’Italia, Firenze, Modena, Padova, Bologna e poi tanti anni a Milano».
Ecco Pontemaodino.
Oggi la casa dove vive Maria Luisa, da quando è rimasta vedova nel ’78, è stata ricavata da una casetta portattrezzi trasformata gradualmente in chalet, chiamata anche “la casa sulle palafitte”, a Pontemaodino, frazione di Codigoro, a due passi dalla abbazia di Pomposa. Maria Luisa mi fa accomodare attorno al grande tavolo della cucina, mi guardo attorno e l’atmosfera è quella della locanda, tanto legno, la stufa, quadri e sculture dappertutto.
«Siamo venuti qua io e Mario nel 1968. Attorno a questa tavola abbiamo ospitato tantissimi amici, non solo pittori o artisti, ma anche bei nomi della lirica nazionale, la Callas, Meneghini e tanti altri. Mario si è goduto questa casa solo dieci anni, poi si è spento per sempre. Quando è successo mi sono chiusa in casa due anni. Però non sono una vigliacca, così mi sono fatta forza e ho creato la manifestazione musicale chiamata “Aprile Capuzziano”, all’inizio era ospitata a Codigoro, poi da qualche anno Bondeno (in programma le domeniche pomeriggio di aprile alle 15.30 nella sala del Centro 2000, ndr). Poi, dopo qualche tempo ho aperto la scatola dei colori di Mario per annusarne l’odore, ho sentito forte la voglia di sporcarmi le mani, poi ci ho preso gusto, ho cominciato anch’io a dipingere, all’inizio dei paesaggi, così per mio piacere. Non ho mai dipinto con Mario in vita, al massimo ero la sua assistente, gli preparavo i colori. Però guardavo tanto, imparavo in silenzio. Oggi utilizzo molto i pastelli. Ho vinto diversi concorsi. Dipingo anche per guadagnare qualcosa, per fortuna quello che faccio piace. D’estate vado al mare, ci vado attrezzata per realizzare ritratti, paesaggi, ville private, facendo base in alcuni alberghi di Cesenatico e di Milano Marittima. Dipingo sempre con il cavalletto, dal vivo, non riesco a inventare. Non riesco neanche a copiare un quadro mio. Mi firmo Marisa da Bondeno, perché è nella città matildea che sono nata, il 17 febbraio del 1929».
La vita con Mario.
Maria Luisa mi accompagna in giro per casa mostrandomi i suoi quadri, poi arrivati in salotto, si siede vicino a pile di libri, cataloghi, e album di fotografie di lei e Mario in giro per l’Italia, allegri e felici.
«Abbiamo vissuto una vita da nomadi, termine che ci è familiare non solo perché abbiamo abitato in tante case diverse, ma anche perché spiega bene la definizione di ‘zingaro del pennello’, come lo definì un grande direttore d’industria che lo avrebbe voluto ospite, fisso nel suo palazzo. Mario diceva sempre ‘Io non sono un maestro, sono un pittore’, non voleva essere un caposcuola. Eseguiva opere su commissione, senza troppe storie. Ha decorato in modo continuativo le testate dei letti in ferro, per la ditta Bertoni e Cotti (che è poi diventata l’attuale Berco), ne dipingeva tantissimi visto che era pagato a pezzo! A volte però il mercato gli andava stretto e mi diceva rassegnato: “Se oggi basta così, faccio così”, che era comunque una scelta necessaria alla nostra sopravvivenza».
Maria Luisa mi racconta che la pittura del marito era saldamente ancorata alle pennellate ottocentesche: «Avrebbe voluto nascere un secolo prima, si considerava un pittore dell’Ottocento, i suoi quadri li ha realizzati con le regole e nello stile dei maestri del secolo dell’impressionismo, del romanticismo, dei macchiaioli toscani. Stile che, ad esempio, vedo nei barconi del 1917, dipinti ad appena 15 anni. Aveva già il dono della pittura, hanno una gran forza, sono i suoi quadri più belli».
L’amore per le barche.
Le barche sono il tema ricorrente nelle sue tele. Maria Luisa guarda fuori dalla finestra per ricordare meglio: «L’incarico di realizzare un affresco nella chiesa del Rosario a Comacchio, l’Assunzione di Maria in cielo tra angeli e santi, negli anni Cinquanta ci ha riportato a Ferrara. Ci siamo innamorati dell’acqua, dell’atmosfera lagunare e selvaggia, della nebbia che rendeva tutto misterioso, un mondo nuovo con tutte quelle grandi barche, ferme da sembrare balene arenate. Così abbiamo deciso di comprarne due, non per pescare o trasportare sale, ma per viverci sopra. La Santa Maria l’abbiamo adibita a studio, la San Biagio è diventata la nostra abitazione. Erano ormeggiate affiancate, sul Po di Volano, nelle vicinanze del Palazzo del Vescovo. Ma dieci anni dopo la Santa Maria è affondata, dopo due anni anche l’altra, per incuria del custode che doveva curarle mentre noi eravamo a Milano».
In quegli anni si era ormai diffusa la nomea di Mario Capuzzo come il pittore del Delta del Po... «In molte case di Codigoro oggi c’è un suo quadro, raffiguranti paesaggi, marine, valli. Glieli chiedevano così, senza trattativa economica. Gli brillavano gli occhi quando glieli portava, anche se erano regalati!».
Le grandi opere.
Mario Capuzzo ci ha lasciato anche delle grandi opere, tra le quali il Cristo fra i lavoratori, del 1958, olio su faesite, esposto in modo permanente nella sala consiliare di Codigoro, e due grandi affreschi di sette metri l’uno, realizzati ai due lati dello scalone di Palazzo Koch, sede centrale della Cassa di Risparmio di Ferrara, in corso Giovecca. Raffigurano la marcia su Roma, la trasvolata atlantica di Italo Balbo e la colonizzazione della Libia.
«Mario l’ha dipinto a mezzamacchia, negli anni Trenta, il lavoro è durato diversi anni. Poi però nel dopoguerra sono stati coperti per evitare l’apologia al fascismo», mi spiega Maria Luisa ancora scossa da questa vicenda, «Ero andata alla Carife varie volte, il direttore di allora non credeva che sotto quelle due pareti bianche ci fossero degli affreschi. Su mia insistenza negli anni Ottanta hanno sondato un pezzetto di bianco, ma ahimé è venuto fuori proprio il particolare del duce a cavallo, e quindi non hanno voluto proseguire nella scopertura totale. Ci sono voluti dieci anni per convincerli a riportarlo al suo stato originario, sotto le mani esperte di restauratori di Roma e Torino. Hanno naturalmente tolto i simboli fascisti: il saluto romano di Italo Balbo ed i fasci littori. Così ho potuto rivedere le figure dipinte da Mario Capuzzo, nel periodo che l’ho conosciuto, negli anni che mi ha preso il cuore. Per sempre».
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