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Sindaci in carica e Pd: batterli è un’impresa ma qualche novità c’è

Sindaci in carica e Pd: batterli è un’impresa ma qualche novità c’è

I colori del potere sembrano immodificabili da un’elezione all’altra L’effetto combinato Renzi-Grillo sta però producendo i primi effetti

29 maggio 2014
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Impazza in queste ore sul web la mappa dell’Italia che cambia colore politico. In poco più di un anno si è passati dall’effetto tavolozza spinto, con chiazze alternate di rosso, blu, giallo e spruzzatine verdi, al quasi monocolore rosso Pd. È un gioco cromatico che rende bene l’idea dello tsunami elettorale del 25 maggio, ma che applicato al Ferrarese e al suo voto amministrativo, restituisce il risultato opposto. Tutto fermo, a occhio. La superficie della montagna di schede scrutinate tra domenica e lunedì assomiglia a un placido pascolo macchiato da qualche pozza d’acqua ben circoscritta e delimitato da confini che si fermano solo un po’ più in su o in giù, a seconda delle stagioni. Il Pd ha fatto il botto ma non ha espugnato i capisaldi dei civici. I democratici hanno anzi perso un Comune, Poggio Renatico, e per fare in qualche maniera patta nell’Alto Ferrarese hanno dovuto ricorrere alle larghe intese di Sant’Agostino, facendo da supporto all’imbattibile forzista Fabrizio Toselli. Più o meno il panorama degli ultimi vent’anni, insomma, da quando alla sfida Pci-Dc si è sostituita quella tra l’attuale Pd, il centrodestra e le realtà civiche più o meno orientate, con l’inserimento grillino confinato per ora a Comacchio. Di più: tutti i sindaci che si sono ricandidati, di qualsiasi colore politico, sono stati rieletti. Tutti al primo turno e con ampie maggioranze: è successo ai democratici Tagliani, Rossi e Fiorentini, rispettivamente a Ferrara, Copparo e Argenta; ma anche al leghista bondenese Fabbri. Nei piccoli Comuni niente da fare, spesso con percentuali bulgare, contro Zaghini (Berra), Trombin (Jolanda), Poltronieri (Mirabello) e Marchi (Ostellato); e pure Mucchi (Fiscaglia) era sindaco di uno dei tre Comuni fusi, Migliarino. Gli unici spazi per volti nuovi sono stati ricavati dagli addii forzati per doppio mandato, ma in uno di questi, Poggio appunto, si è inserito... l’ex sindaco di dieci anni fa, Daniele Garuti.

Eppure, sotto questa superficie in apparenza sempre uguale a se stessa, ci sono movimenti che potrebbero cambiarne la conformazione, se non subito almeno a medio termine. Qualche segnale si coglie già. Prendiamo il consiglio comunale di Ferrara, ad esempio, monopolizzato come non mai dal Pd: proprio in questo gruppo, infatti, c’è stata una vera e propria rivoluzione, con tre soli consiglieri confermati (Tosi, Tommasi e Corazzari), e pure nelle ultime posizioni della graduatoria delle preferenze. Ai vertice troviamo delle novità assolute, come Dario Maresca o Bianca Maria Vitelletti, e parecchi altri giovani si mescolano a facce note o provenienti da altre esperienze. E anche tra i “concreti” e nelle liste del centrodestra avanzano i nuovi, dal punto di vista anagrafico e di esperienza politica, destinati per ora a lavorare dietro le quinte per poter poi manovrare le redini secondo le proprie sensibilità.

C’è poi l’ondata grillina che si è certo fermata prima delle colonne d’Ercole indicate come obiettivo dagli stessi pentastellati (il ballottaggio a Ferrara e un Comune in provincia), ma che porta comunque un ricambio d’acqua nella (presunta) palude politica ferrarese. Anche in questo caso è il capoluogo a fare da battistrada, visto che il leader dell’opposizione M5S e i suoi consiglieri sono tutti nuovi del palazzo, e promettono di usare anche metodi non convenzionali pur di dare incisività all’opposizione. È presto per dire se l’effetto combinato Renzi-Grillo sarà determinante per dare consistenza a questi segnali, ma certo una base è stata posta. I colori sono fatti per ingannare l’occhio, insomma, visto che frullando velocemente quelli dell’arcobaleno si compone il bianco basic. E il colore uniforme delle liste civiche locali nasconde differenze marcate, che rende alcune di loro molto simili ad alleanze politiche. Il rosso Pd dell’era Renzi, nelle premesse, ha del resto poco a che fare con quello di vent’anni fa: le differenze vanno però calate nei fatti.

Stefano Ciervo

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