La Nuova Ferrara

Ferrara

Così nacque l’arte metafisica

di MICAELA TORBOLI
Così nacque l’arte metafisica

A Ferrara il ritrovo di grandi artisti in convalescanza dopo il fronte

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MICAELA TORBOLI. A noi sembra incredibile, ma i giovani del 1914 si esaltavano pensando alla guerra. Dulce bellum inexpertis, intitolava un suo adagio (n. 145) il grande Erasmo da Rotterdam, «La guerra piace a chi non la conosce: il veterano, invece, trema quando la vede arrivare». Qualcuno, dopo essersi incautamente arruolato, si finse depresso per evitarla. Così fecero Giorgio De Chirico e suo fratello Andrea, in arte Alberto Savinio, durante la Prima Guerra Mondiale. Si ritrovarono tra 1915 e 1916 (e per ricordare i cent'anni di quella temperie l'anno venturo vi sarà una mostra speciale a Palazzo dei Diamanti) in quella che oggi è la Città del Ragazzo di Aguscello, creata nell'Ottocento come Villa del Seminario per ospitare i giovani futuri preti durante l'estate: diventò per qualche tempo l'Ospedale Militare di Riserva d'assistenza ai malati nervosi, dove si recavano coloro che erano rimasti traumatizzati in battaglia.

I fratelli De Chirico, l'uno pittore, l'altro scrittore e musicista prima di seguire la stessa strada di Giorgio, nati in Grecia (il padre lavorava in quel paese) e poi vissuti nelle capitali europee, avevano entrature nell'alta borghesia cui appartenevano e non ebbero difficoltà ad imboscarsi, seguiti addirittura a Ferrara dalla mamma.

Qui fecero conoscenza con il nostro Filippo de Pisis dal nascente ma incerto talento artistico letterario e pittorico, la cui famiglia aveva stretti legami con il conte Grosoli Pironi, il dominatore della scena cattolica locale: nessuno meglio di costoro avrebbe potuto evitare che i due imboscati eccellenti trovassero qualcuno che li rispedisse al fronte, quindi nacque una amicizia interessata ma anche ricca di un comune sentire culturale, anche se i De Chirico si sentivano ben superiori al ferrarese, e al mondo intero, peraltro. Nel 1916 giunse a Ferrara anche Carlo Carrà, ed il quartetto di amici fece precipitare in quell'anno i sali delle invenzioni pittoriche già impostate prima d'allora, ma giunte a compimento proprio a Ferrara. Nacque ufficialmente l'Arte Metafisica.

Di rado si legge una definizione soddisfacente di questo indirizzo, che ritrae la realtà ai confini del verosimile, in un gioco d'incastri tra vite sospese e magiche trasformazioni del quotidiano, con una atmosfera rarefatta, sognante e fervida di richiami all'antico e ad un moderno speciale, rivisitato.

Molti esperti del periodo non ferraresi (quasi tutti, quindi) cercano, con caparbietà invidiosa, di ridurre al minimo l'importanza di Ferrara in tutto questo. Secondo la visione di costoro Ferrara era piccola, defilata, culturalmente fioca. Improbabile riceverne veri stimoli. Insomma le solite banalità stereotipate.

Ai cosmopoliti De Chirico Ferrara, «una delle città più belle d'Italia» secondo Giorgio, e la sua gente piacquero immensamente, ne furono ispirati nel profondo. Penetrarono la sua essenza descrivendola nei quadri e nei loro pregevoli scritti, dove hanno anche ampio spazio alcuni stravaganti personaggi ferraresi. Studiarono persino l'ostico dialetto ferrarese. Sta poi di fatto che il dipinto più famoso della Metafisica, Le Muse Inquietanti (1917, Milano, coll.priv.), ha come fulcro il Castello Estense, anzi il «Castello di mastice rosso» come lo chiamava Andrea, mai così ben sfruttato per un quadro. Furono anni fecondi, nel clima ideale. L'armistizio coglierà Giorgio (e anche Andrea, secondo le sue memorie) ancora a Ferrara, e le grida di giubilo della folla arrivarono proprio mentre stava dipingendo un quadro metafisico.

Non senza una vena di malinconia, tutti i nostri antieroi, compresa la mamma onnipresente, lasciarono la città degli Estensi, ma ne rimase in loro una traccia indelebile e la volontà di testimoniarla.

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