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Disperato Sos per Tharaka «L’ospedale va salvato»

Disperato Sos per Tharaka «L’ospedale va salvato»

A rischio il futuro di uno dei fiori all’occhiello del volontariato estense in Kenya Dimissionari i due dirigenti dell’associazione che ha contribuito a costruirlo

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Nello scorso decennio è stato uno dei fiori all’occhiello della vocazione “missionaria” ferrarese. Una missione laica e sanitaria ad alto tasso di solidarietà che da oltre un decennio poggia sulle spalle dell’associazione “Un ospedale per Tharaka”.

Un progetto immaginato 15 anni fa e divenuto realtà nel 2003 grazie anche al coinvolgimento delle istituzioni e del volontariato estense. Per costruire l’ospedale S. Orsola di Matiri (il “country hospital” di Tharaka, retto da un medico e da un gruppo di infermieri) sono scesi in campo tra gli altri il ministero degli Esteri, un folto gruppo di sanitari ferraresi e italiani, personale dell’Avis di Montebelluna e dell’associazione “Una mano tesa per Tharaka”, di Caserta, oltre alla onlus ferrarese che porta lo stesso nome del progetto.

Sono proprio il presidente ed il vice dell’associazione “Un ospedale per Tharaka”, Ermanno De Paoli Vitali e Mauro Barioni, a segnalare il rischio che il servizio offerto alla popolazione kenyana possa arenarsi a causa della mancanza di una proposta sostenibile e di un impegno concreto da parte della “Diocesi Cattolica di Meru”, «proprietaria e amministratrice della struttura - racconta De Paoli - da oltre quattro anni totalmente autonoma» nella conduzione del centro sanitario. Una gestione che sconta «misure inefficaci e inefficienti su tutte le proprie specifiche funzioni. L’attività chirurgica è azzerata, salvo la presenza di medici italiani capaci, il punto nascite è decimato dalla concorrenza del parto gratuito nei presidi pubblici, i poliambulatori sono ormai deserti». In pratica l’ospedale si sta progressivamente svuotando, sia perché sono calati i fondi disponibili (il finanziamento del ministero, che copriva circa il 40% del costo annuale di gestione, si è esaurito alla scadenza del vecchio progetto presentato da Ibo e da “Un ospedale per Tharaka), sia perchè gli amministratori ripagano parte dell’attività imponendo un ticket ai pazienti, che quindi preferiscono rivolgersi a strutture pubbliche.

Una sorta di agonia gestionale, che secondo i due dirigenti dell’associazione, da alcuni giorni dimissionari, potrebbe chiudere ogni prospettiva di durata e sviluppo del servizio «se non sarà redatta una nuova ipotesi operativa sostenibile, che deve essere elaborata dall’amministrazione della Diocesi, e se non saranno reperiti fondi sufficienti a mantenere l’attività del centro sanitario, che costa circa 250mila euro l’anno - sottolinea De Paoli - Se quel progetto arriverà, anche noi potremo continuare a fare la nostra parte». Tra i fondatori dell’associazione estense importantissimo è stato il contributo dell’anestesista Giorgio Giaccaglia, scomparso nell’aprile del 2011; dopo di lui Mauro Barioni, oggi vicepresidente dimissionario, ha retto il sodalizio come presidente fino al 2010.

«La sostenibilità di allora però oggi non è più tale» è il commento di De Paoli e Barioni. L’associazione ha messo a disposizione i contributi raccolti «per pagare il premio assicurativo sanitario a centinaia di nuclei familiari con reddito trascurabile». La quota di spesa pro-capite è infatti relativamente bassa grazie all’intervento governativo in campo sociale. Per questo motivo, fanno notare i due dirigenti, risulta non condivisibile l’atteggiamento dell’amministrazione della Diocesi di Meru, «che non provvede con proprie politiche e, tantomeno, con propri finanziamenti» al sostentamento della struttura. Il risultato di questo disimpegno è stato, in particolare negli ultimi due anni, «uno scadimento della qualità del servizio. Non era questo l’obiettivo per cui tante persone hanno lavorato per tanto tempo», conclude De Paoli. (gi.ca.)

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