Potevano morire tutti, il reato è strage
Ancora nessun indagato. Giovedì è stato ascoltato il cliente in lite con il professionista residente nella palazzina
FERRARA - La palazzina di via Calcagnini 3 era diventata una bomba pronta a esplodere. Nella loro relazione, i tecnici dei vigili del fuoco che hanno svolto gli accertamenti sull’attentato hanno spiegato chiaramente che la saturazione degli ambienti aveva raggiunto un livello tale che sarebbe bastata la minima scintilla - anche la semplice accensione dell’interruttore della luce - per far saltare tutto in aria e innescare un incendio, le cui proporzioni e conseguenze avrebbero potuto arrivare ben oltre i confini dell’edificio e coinvolgere anche le abitazioni adiacenti, per non parlare del pericolo per chi si fosse trovato a transitare lungo la strada.
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Proprio a seguito di queste valutazioni la squadra mobile, che indaga sul gravissimo episodio, negli atti inviati ieri mattina alla procura ha formulato l’ipotesi di strage, un reato di pericolo che in quanto tale è previsto anche nel caso non ci siano vittime o feriti. Ma se il peggio è stato evitato, questo lo si deve solo a una serie fortunata di circostanze: prima, verso le 8 un passante attento e non indifferente ha notato il tubo collegato alla rete del gas metano e infilato nella finestra a vasistas al piano terra della palazzina, e ha avvisato la polizia municipale; seconda, prima delle 8 nessuno dei residenti (tre famiglie, una quarta è in vacanza mentre il quinto appartamento è vuoto) ha compiuto azioni - accendere la luce, o il fornello per fare il caffè - che avrebbero involontariamente scatenato un inferno.
Volontaria, e perseguita con cura e premeditazione, è stata invece l’azione dell’attentatore, ancora senza nome nonostante gli inquirenti non stiano trascurando alcuna pista. Al momento non risultano esserci persone indagate e il fascicolo aperto resta ancora contro ignoti, in attesa delle valutazioni del sostituto procuratore Nicola Proto, titolare dell’indagine.
Fin da giovedì pomeriggio gli ispettori della squadra mobile hanno ascoltato diverse persone informate sui fatti, a cominciare naturalmente dalle famiglie residenti nella palazzina, che ieri però è rimasta silenziosa, con i campanelli che squillavano a vuoto. Si scava alla ricerca di un movente, su eventuali rancori e inimicizie all’origine dello spietato tentativo di vendetta. Tra le piste seguite, anche quella dell’annoso dissidio tra un professionista che vive nel condominio e un suo cliente.
Proprio quest’ultimo è stato tra le persone convocate in questura per riferire su alcune circostanze, come la sua presenza notata nelle vicinanze della palazzina il pomeriggio precedente. Ma si tratta, hanno ribadito gli inquirenti, solo di una delle tracce possibili, e non si sta sottovalutando alcun altro eventuale movente. Quello che è certo, è che chi ha agito ha preparato con determinazione e meticolosità l’attentato potenzialmente mortale. Si è procurato un tubo lungo una ventina di metri, ha “stappato” la conduttura - piombata da Hera - della casa disabitata adiacente e utilizzando un collettore ha collegato il tubo e lo ha poi infilato nella finestra, che non ha avuto bisogno di forzare perché aperta a vasistas. Questo particolare, e il fatto che si fosse procurato un tubo del diametro giusto, fa pensare che l’azione sia stata preceduta da uno o più sopralluoghi. Il tubo naturalmente è stato sequestrato, ma la sua superficie corrugata rende comunque vana la speranza di ricavarne delle impronte digitali anche nell’eventualità che l’attentatore non avesse indossato guanti. Un lavoro da professionista? Non necessariamente, puntualizzano gli inquirenti, bastano alcune basilari conoscenze proprie anche di chi è predisposto a piccoli lavori domestici “fai da te”. Sicuramente un atto abnorme, folle e sproporzionato che avrebbe potuto colpire in modo vasto e indiscriminato provocando, appunto, una strage.
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