Medicina guarda al futuro e riparte dal dr. House
Il presidente della Scuola, Leonardo Trombelli, batte la strada dell'innovazione: vogliamo diventare punti di riferimento in Italia per il metodo del "problem-based learning", abbiamo le carte in regola per raggiungere l'eccellenza
FERRARA. A qualcuno forse torneranno in mente le lezioni che il dr. House, luminare col camice bianco di una serie tv di successo, dispensava ai collaboratori che dovevano imparare il mestiere. Un turbinio di domande e di risposte, quasi un match scientifico tra docente affermato e giovane apprendista, che qualche volta riusciva ad avvicinarsi alla soluzione del rompicapo quasi quanto il professionista esperto. Ma Leonardo Trombelli, presidente della Scuola di Medicina dell’Università di Ferrara, il dr. House non l'ha mai "conosciuto". «Non ho molto tempo per guardare la tv», risponde diplomatico.
Lui, quel modello di insegnamento, dove il docente non è seduto dietro ad una cattedra e l’allievo non assiste alla lezione dal banco, l’ha visto funzionare “live”, dal vivo, quando è andato a perfezionare i suoi studi di Odontoiatria negli Stati Uniti. «Sulla scia di esperienze che da anni si stanno compiendo in numerose Università europee e nordamericane, e grazie all’impegno di numerosi docenti della Scuola di Medicina - annuncia Trombelli - abbiamo deciso di applicare quel sistema anche a Ferrara e di ottimizzarlo. Vogliamo diventare un punto di riferimento a livello nazionale nella valorizzazione di percorsi didattici innovativi, con forte interrelazione tra le varie discipline cliniche e tra scienze di base e discipline cliniche, e implementazione di laboratori didattici preclinici».
Un progetto ambizioso, che guarda al di là dei confini marcati dal Po e dal Reno. «La didattica tradizionale, ex cathedra, deve evolversi in modo da poter mettere in evidenza attraverso uno scambio continuo di nozioni ed informazioni, su casi clinici concreti, quello che lo studente sa e quello che non sa», spiega Trombelli. Si chiama “problem-based learning” l’insegnamento basato sull’analisi e sulla discussione di una problematica clinica tra tutor/docente e piccoli gruppi di discenti.
Si parte dalla simulazione di un quadro clinico e si punta, con il contributo di tutte le parti interessate ad avvicinarsi il più possibile alla soluzione per affrontare nel modo più efficace il quesito diagnostico o terapeutico. Teoria e pratica che si alimentano a vicenda nello stesso processo di apprendimento. «Le problematiche si affrontano con una metodologia che incentiva nello studente le capacità di analisi e di auto-apprendimento, nonché un uso ragionato e critico delle conoscenze maturate», precisa Trombelli.
Nelle scorse settimane a Ferrara si sono svolti tre corsi basati su questa metodologia, con 26 studenti, in parte stranieri, in parte ferraresi. «Visto che uno dei limiti del metodo didattico tradizionale è l’apprendimento delle lingue, l’incontro fra studenti di diversi Paesi può senz’altro aiutare a colmare questo gap», aggiunge il gastroenterologo Sergio Gullini.
Ogni anno gli studenti ammessi a questi corsi, che durano un mese, sono una settantina. Gli ultimi hanno affrontato argomenti come le cure intensive (intensive care), con il prof. Carlo Alberto Volta, l’emato-oncologia, con il prof. Antonio Cuneo e la prevenzione primaria, con i professori Reinhold Stockbrugger e Giovanni Zuliani. In inverno il lavoro si era concentrato sull’infertilità, col prof. Roberto Marci, e le malattie gastrointestinali nel mondo sviluppato, col prof. Stockbrugger.
Questa esperienza è di particolare rilievo nel progetto “Ferrara School of Medicine”, un percorso di eccellenza immaginato dall’Ateneo ferrarese per differenti corsi di studio (cui ha contribuito attivamente il delegato del rettore prof. Alessandro Somma), al quale sono ammessi gli studenti con un alto punteggio alla laurea e con esperienza di studio in università straniere. Il Prof. Stockbrugger, un docente tedesco che tiene corsi in Olanda e che collabora con Unife, ricorda che qui si svolgono cinque corsi di insegnamento in lingua inglese che utilizzano questo sistema didattico.
«L’approccio che anima il “problem-based learning” è fare clinica e teoria insieme - prosegue Stockbrugger - dal terzo anno si esaminano casi clinici specifici, poi altri due anni di tirocinio nei dipartimenti assistenziali e, infine, mezzo anno di stage e mezzo di ricerca e studio. Quindi l’esame di laurea finale”. Stockbrugger osserva che «nel mondo sono circa 150 le università che usano questo metodo».
«L'obiettivo è di migliorare le conoscenze dello studente nell’attività clinica durante la formazione, tutto questo ha una forte componente di autoapprendimento», interviene Gullini. Trombelli non si tira indietro, e rilancia. «L’Università di Ferrara - conclude - possiede le condizioni logistiche per poter realizzare pienamente il progetto di “University Town”, di città universitaria a tutto tondo, con sempre maggiore integrazione fra strutture universitarie e contesto cittadino. La Scuola di Medicina di Unife, date le competenze professionali, didattiche e di ricerca del corpo docente e in virtù della rete di strutture sanitarie del territorio su cui contare in modo sinergico, possiede tutte le carte in regola per poter puntare ad essere punto di riferimento e di eccellenza per la didattica in Medicina».
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