Patto post-Aldro, l’ora dei dubbi
Le reazioni sindacali al protocollo: «Non è applicabile alla realtà». «Bene i contenuti, ma è tardivo»
«Che in quasi dieci anni si sia arrivati a un protocollo simile la dice lunga sull’inerzia e l’arretratezza delle nostre istituzioni». Alessandro Chiarelli, segretario provinciale del sindacato di polizia Siap, giudica tardiva e carente la convenzione appena varata dalla Prefettura per uniformare le procedure di intervento di forze dell’ordine e operatori sanitari chiamati a gestire persone alterate ma non bisognose di trattamento sanitario obbligatorio. Non è certo un caso che la città pilota di questo nuovo approccio sia la stessa che nove anni fa conobbe la tragedia di Federico Aldrovandi, morto durante un intervento di polizia. E se, continua Chiarelli, «accogliamo comunque con favore il tentativo, registriamo però l’insufficienza della misura: molta teoria e poca pratica. Il protocollo dà per scontate diverse circostanze fuori dalla realtà - ad esempio che ci sia sempre il tempo di attendere l’ambulanza - e per contro non dice come affrontare problemi importanti come l’addestramento e la dotazione di strumenti come lo spray al peperoncino. Certo meglio di niente, ma è avvilente che dopo tutti questi anni tutto quello che si è riusciti a produrre sia un protocollo di questo genere».
Meno severa la valutazione di Stefano Paoloni del Sap, anche se non manca di notare che «le nostre richieste sono rimaste inascoltate a lungo: è dal 2005 che chiediamo di poter contare su chiare procedure di intervento. Quella utilizzata nei casi di persone alterate era stata fino a quel momento l’immobilizzazione a terra con le braccia dietro la schiena. Una procedura che la magistratura ha considerato scorretta e da allora siamo a chiedere regole certe. Per questo il protocollo, pur rappresentando un segnale importante, da questo punto di vista è tardivo: in questi nove anni i colleghi hanno dovuto affidarsi al buon senso». Nel frattempo, rimarca ancora Paoloni, «i sindacati di polizia si sono attivati per chiedere misure di tutela e autotutela come le “spy pen” con microtelecamere per riprendere l’attività in strada. È inoltre in atto al Dipartimento di Pubblica sicurezza un tavolo sulle regole di ingaggio per situazioni critiche, dai problemi di ordine pubblico alle risse fino, appunto, alla gestione di persone in stato di alterazione». La convenzione ferrarese, chiarisce, «va benissimo nei contenuti, ma è tardiva. Voglio comunque rivolgere un plauso ai colleghi che vi si sono dedicati, mettendo a disposizione la loro esperienza operativa per tradurla in esempi pratici. Auspicando che le regole contenute nel protocollo siano applicabili nella realtà».(a.m.)
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