La Nuova Ferrara

Ferrara

L'INCHIESTA

E' il treno del Far West. No, è la Suzzara-Ferrara

Fabio Terminali
 E' il treno del Far West. No, è la Suzzara-Ferrara

Viaggio con la Nuova fino a Sermide sulla linea ferroviaria ultracentenaria tra automotrici d'antan, vagoni unici , stazioni fantasma e tanta campagna

6 MINUTI DI LETTURA





Di relazioni programmatiche, linee strategiche e documenti d’indirizzo sono piene le fosse. Eppure conviene partire da qui. Ovvero dalla proposta del Piano regionale integrato dei trasporti dell’Emilia-Romagna, datato 1998 e proiettato fino al 2010, che forniva un profilo della linea ferroviaria Suzzara-Ferrara.

Una linea che, si scriveva nel documento, «costituisce un segmento essenziale della cosiddetta "Cispadana ferroviaria" che dovrà efficacemente collegare il porto di Ravenna con il porto di La Spezia e il Brennero, seguendo il tracciato parallelo al Po, costituendo nell'ambito del trasporto merci una linea integrativa ed alternativa alla direttrice Rimini-Bologna-Milano».

Ora: spetta all’utente, prima che al politico o al dirigente dell’azienda di trasporto pubblico, valutare se lo scenario auspicato si è realizzato, a più di quindici anni dalla sua stesura. Il nostro quotidiano ha compiuto un viaggio di 33 chilometri - e ritorno - lungo la tratta, gestita in concessione dalla Fer, tra Ferrara e Sermide. Ecco cosa ne è emerso.

Quasi 126 anni di vita e sentirli tutti sul groppone. Un dorso affaticato che in 32 minuti ti porta da Ferrara a Sermide. Nove euro - se proprio il ritorno è dovuto - per godere di un viaggio tra i campi e il nulla, in cui il sadomachismo purtroppo per tanti non è una scelta ma un obbligo quotidiano. È una metà mattina d'agosto, pendolari e studenti sono ormai un miraggio, e per quel semplice vagone diretto a Suzzara che al binario 6 - l'ultimo e non è certo un caso - spunta timido dietro la sagoma del lungo treno per Bologna si prova subito simpatia.

Tagliandi comprati dopo un tira e molla tra bigliettaio Rfi che ovviamente non ne vuol sapere, tabaccaio che «mi scusi ma li ho finiti» e ufficio Tper che finalmente accoglie la sete del reporter. Fate largo, scout in partenza per il ritrovo di San Rossore: qui ci si muove per una vera avventura, altroché zainetti e sacchi a pelo.
«Io sono 36 anni che lavoro su questa linea e il servizio è costantemente peggiorato». Il conducente del regionale 4016 ne ha viste e soprattutto guidate a bizzeffe.

[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.9739391:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.9739391:1650551363/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

«Gli utenti si lamentano con noi delle condizioni di viaggio - racconta -, la verità è che si è investito poco o nulla, la Suzzara-Ferrara è tra le linee più bastonate: già non si capisce perché siamo sotto le Ferrovie emiliane se la maggior parte del percorso è in Lombardia». Problemi anche di personale che non viene rimpiazzato, con la novità delle domeniche a terra: «È la prima volta che in quel giorno non lavoro - dice il macchinista - perché hanno tolto tutti i treni sostituendoli con delle corriere». Tagli scattati ad aprile e risparmi dirottati verso il sostegno alla linea di bus Ferrara-Cona.
L’automotrice serie ALn 663, alimentata a gasolio, fuori produzione dal 1993 alla Fiat Ferroviaria di Savigliano, inizia la sua marcia alle 11.32 esatte. La verifica delle strumentazioni, tipo quella dei freni, viene accorciata: il personale dovrebbe arrivare almeno venti minuti prima della partenza, minuti che si dimezzano per far sì che i turni si incastrino. «Dovessimo fare le cose in regola partiremmo sempre in ritardo», abbozza chi è ai comandi. Il bagno in carrozza c’è e ci avvisano che dobbiamo ritenerci fortunati, poichè su diversi mezzi nemmeno ne esiste l’ombra.


Via dalla città, ecco la campagna. Filari di alberi da frutto e mais a volontà, punteggiati da centrali a biogas. Prima fermata alla stazione di Vigarano Pieve, dove qualcuno già scende. A bordo siamo una decina. «Io prendo spesso questo treno - dice Raul Ferrari, un anziano bondenese - per andare a Ferrara o all’ospedale di Cona. In fondo non è poi male». Per Filippo Ercolini è un viaggio di piacere: «Vado in montagna, Trentino. Arrivo fino a Poggio Rusco, poi cambio», dice il giovane. Due ragazze di Sermide, studentesse di Farmacia a Ferrara, tornano a casa: «Io utilizzo questa linea dai tempi delle scuole superiori - racconta una di loro -. Tanti studenti e baccano , soprattutto nel ritorno del primo pomeriggio.
Scrive Stefano Benni che il treno lo erotizza «perché penso che lì incontrerò il mio grande amore». Ma quando mai. A Bondeno sale un barbutissimo suzzarese, Marcello Bertellini: due volte al mese va alla Fondazione Exodus di Salvatonica per lavoro. «Qui è bello, il personale è squisito, come essere in famiglia: meglio della macchina», sostiene. Di aria condizionata però non se ne parla, rimedio tradizionale: finestrini spalancati. Altra criticità, la sporcizia che abita il convoglio nelle ore di punta, ci dice Elena Bulgarelli di Quistello, sferruzzando all’uncinetto al ritmo dello sferragliare del treno.
Si solca l’acqua del Cavo Napoleonico e del Panaro, bella grossa data la pioggia di questi giorni. Le stazioni di Stellata e Felonica, decadenti e cadenti allo stesso tempo, salutano un po’ sinistramente il viaggiatore. Che arriva a Sermide tutto sommato in un soffio, puntuale. Qui la stazione è piuttosto recente, peccato l’ingresso sbarrato al bar: non si tratta di pausa estiva, è proprio tutto chiuso da un paio d’anni, i proprietari del “Blue angels” si sono involati. Dove il tempo si è fermato davvero è alla vecchia stazione, distante un centinaio di metri: orologio bloccato alle 9.35, un “ufficio movimento” che è tutto un ossimoro.
Meglio tornare alla fermata nuova. Non che qui sprizzi la vita: gli unici suoni umani arrivano dalla sala del telecontrollo, per il resto a rompere il silenzio solo il ronzio delle mosche e il canto di un gallo in una tenuta agricola lì vicino.

Arriva il treno: un Atr220, prodotto in Polonia, entrato in dotazione 4-5 anni fa. Il comfort soppianta la magia, in questo caso. Oddio, senza esagerare: l’aria condizionata funziona solo per metà convoglio. Nella parte refrigerata, ecco la voce impastata di noia e consapevolezza del capotreno, «27 anni che faccio avanti e indietro». «La Suzzara-Ferrara regge - racconta l’uomo -, diciamo così, il discorso è lo stesso per la Ferrara-Codigoro. D’estate i passeggeri sono pochi e anche i pendolari con la crisi sono diminuiti e non di poco. Solo sulla tratta Bologna-Portomaggiore le presenze sono le stesse».
Ora sul treno viaggiano una giovane mamma di origine cinese con il figlio, due donne dell’Europa dell’Est che intervallano poche parole in italiano a tante nella lingua madre, minorenni che salgono a Bondeno e che, privi di patente di guida, trovano nella rotaia l’occasione del salto verso la città. Osservando dal finestrino, tutto quel che si vede scorre in velocità pur restando immoto a un’economia dal cuore ancora campagnolo: terreni coltivati, ma anche casolari abbandonati e diroccati, archeologia agricola che boccheggia inutilmente a cielo aperto.
E poi. E poi all'orizzonte, sotto nuvole bianche come il latte, sfilano i primi annunci del ritorno a Ferrara. Nell'ordine: a sinistra la torre dell'inceneritore di Cassana e gli oblò del carcere dell'Arginone, a destra gli oblò del cinedormitorio bislungo sulla darsena e le due torri chissà perché mai chiamate il Grattacielo. «Grazie per aver scelto i nostri treni, arrivederci», saluta la voce metallica a bordo. Forse aveva ragione la poetessa Nancy Boyd, quando disse «non c'è un treno che non prenderei, non importa dove sia diretto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google