La Nuova Ferrara

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LA DOMENICA

Il Nazareno, i Nazareni e le ali rotte

Stefano Scansani
Nazareno
Nazareno

L'editoriale del direttore Stefano Scansani

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Le parole ritornano. Come Nazareno. Nei miei anni cattolici questo aggettivo trapelava nel bel mezzo di una canzone da rosario, mariana. “Dio ti salvi, o Maria”. A un certo punto del testo della melodia popolare si stagliava la figura del Cristo così, proprio come me lo immaginavo nell’ispirazione del catechismo dei bambini “Gesù, gran Nazareno”. Intonata con forza, per la gente di chiesa d’allora, l’idea era quella di un Cristo monumentale e anche geografico: gran Nazareno, super abitante di Nazareth, perché tutti gli altri suoi compaesani erano comuni mortali, quindi mini. Per il resto lo sforzo dell’immaginazione infantile non andava oltre la barba alla nazarena che tanta pittura e scultura hanno codificato per la figura del Cristo. Poi basta. Un lungo letargo. Perché anche le parole conoscono il dormiveglia, la mummificazione, la morte. Chi poteva immaginare che proprio la parola Nazareno - oggi, proprio oggi - sarebbe riemersa per costituire il marchio di due storie contemporanee straordinariamente opposte? La loro coincidenza mi torna utile per scrivere La Domenica odierna, dedicata al nostro pensiero che ha perimetri angusti, provinciali rispetto al mondo, perché la storia ha sempre più le caratteristiche di un domestic flight, di un volo domestico. Corto e rapido. Mi spiego: mentre molti dotti italiani consumano le loro energie nel disquisire su forma e contenuti arcani del cosiddetto Patto del Nazareno (l’accordo fra Renzi e Berlusconi sulle riforme istituzionali); pochi italiani comprendono quel che capita nella Siria orientale e nel Kurdistan iracheno con la persecuzione e l’uccisione dei Nazareni da parte degli jihadisti dell’appena costituito Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (della cui espansione solo ora ci siamo accorti). L’accordo fra Renzi e Berlusconi piglia il suo nome dalla svelta codificazione giornalistica: la sede della segreteria nazionale del Pd è a Roma, in Largo del Nazareno. Il nome è funzionale forse alla prosa alimentata da Renzi cattolicissimo e Berlusconi che abita in via dell’Anima, seduti allo stesso tavolo. Gli spirituali cerchi concentrici ricamano immaginazioni e retroscena barocchi, i quali a loro volta sovrastano un Paese con le ali rotte (non piglia neanche i domestic flights). La tragedia di quegli altri Nazareni, invece, segna il nostro tempo, rimodella i confini e i rapporti con una porzione di mondo dove si affollano le radici della maggior parte dei conflitti. Porzione che è a due passi, e che quindi da sempre chiamiamo Medio Oriente. L’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri ha esposto la questione al balcone del suo palazzo: su uno striscione ha fatto stampare la lettera araba che corrisponde alla N latina. Con questo marchio (non è la mezzaluna) gli jihadisti che hanno istituito il califfato tra Siria e Iraq segnano le case dei cristiani. Passano, legano, sparano, decapitano, vendono le donne, crocifiggono. Le crudissime immagini grondano in Rete e raramente, ben censurate, sulle tivù occidentali: sono la propaganda del terrore che gli islamisti sparano nel mondo digitale come missili dell’orrore. Ma da noi, mi pare, la reazione è quella del brivido incapace di riconoscere realtà e fiction. Siamo impalati, oltre che di fronte a un fenomeno barbarico e premente, anche nella sua comprensione che interseca i bombardamenti su Gaza, la mediazione egiziana, il protagonismo dei sauditi e la distruzione della Siria di Assad, il potere presidenziale di Erdogan in Turchia, l’ormai substrato delle primavere arabe e gli azzardi americani nelle due guerre del Golfo, l’insussistenza dell’Europa e anche il rischioso duello tra Russia e Ucraina. Del riaffioramento della persecuzione dei Nazareni del Kurdistan qui non conosciamo ragioni e dinamiche, ma neanche la storia. Siamo più interni che esteri. Più introvertiti del solito. Quel marchio significa “qui abita un cristiano”, che nell’arabo desunto dal Corano si traduce Nassarah, appunto Nazareno. È una parola - è bene chiarirlo, deludendo molti - che non descrive un Gesù di Nazareth, ma un Nazorai, titolo che in aramaico veniva dato ai religiosi di una setta. Quella della Via, della Verità della Vita. Non per nulla Nazarà nell’antica lingua della Palestina indica la Verità, dunque Nazareno, uomo della Verità. È così che la storia delle parole (che è quella delle donne e degli uomini) si ricompone e urla un ordine categorico: conoscere il nostro tempo, essere informati sulle cause di tanto odio, che c’entra la religione, come s’infiltra il potere economico, perché scoppia una guerra, perché c’è Nazareno e Nazareno. Ognuno di essi fornisce la misura delle nostre prospettive. s.scansani@lanuovaferrara.it ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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