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In 50 anni si è perso il 39% della superficie agricola coltivabile

In 50 anni si è perso il 39% della superficie agricola coltivabile

Legumi e patate i prodotti con la maggiore contrazione I dati statistici forniti dal Centro Studi di Confagricoltura

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«L'analisi dei principali indicatori statistici riguardanti le coltivazioni agricole nel periodo 1950-2010 mette in evidenza sostanziali cambiamenti». Lo sottolinea il Centro Studi di Confagricoltura che rileva come si sia sensibilmente ridotta la disponibilità di terreni da coltivare in condizioni di accettabile utilità economica.

«Rispetto alla superficie massima registrata nel 1960 pari a 21 milioni di ettari, abbiamo perso in Italia oltre 8,3 milioni di ettari, pari al 39%. Questo fenomeno è legato in parte all'abbandono delle terre marginali, con incremento della superficie boscata per circa 3,4 milioni di ettari, in parte all'incremento dei terreni agricoli non coltivati (3,4 milioni di ettari), in parte alla sottrazione di suolo agricolo per opere di urbanizzazione ovvero residenze, insediamenti produttivi e commerciali, infrastrutture (circa 1,5 milioni di ettari). Mentre la superficie investita a coltivazioni legnose è rimasta pressoché stabile, si è notevolmente ridotta l'estensione dei seminativi (6 milioni di ettari) e a foraggere permanenti (1,8 milioni di ettari). Il rapporto fra Superficie Agricola Utile (SAU) e Superficie Agricola Totale (SAT), si è spostato dal 79% al 58% per effetto anche della crescente complessità organizzativa delle aziende agricole (rimesse, magazzini, impianti per la trasformazione dei prodotti, edifici e spazi per attività di agriturismo). Per alcune colture si sono verificate sensibili riduzioni della superficie investita».

È il caso, ad esempio, dei legumi: coltivati su oltre 1,2 milioni di ettari negli anni '50, e nel 2010 su poco più di 100 mila ettari (-84%); oppure della patata (-70%); la coltivazione di grano si è ridotta del 61% rispetto a quanto coltivato nel '50; pesantemente ridimensionata anche la coltivazione della barbabietola da zucchero. Nessuna traccia, ormai, delle piante tessili (lino, canapa) che coprivano nel '50 circa 700 mila ettari. Crescono, al contrario, le superfici coltivate per alcuni prodotti che spuntano sul mercato prezzi più remunerativi, soprattutto in sede di esportazione: riso, pomodoro, carciofo, alberi da frutta. L'evoluzione delle pratiche agronomiche, la meccanizzazione, la selezione genetica, hanno determinato un aumento molto rilevante della produttività media delle colture. Questo ha consentito, pur in presenza della ricordata diminuzione delle superfici coltivate (-39%) e dell'aumento della popolazione (+25%), di ridurre il deficit import-export del settore agroalimentare grazie all'incremento di oltre 5 volte delle esportazioni, a fronte di importazioni poco più che raddoppiate. Il grado di autoapprovvigionamento alimentare dell'Italia, secondo uno studio del Mipaaf basato su dati Istat, si è attestato negli ultimi dieci anni fra l'80% e l'85%; all'inizio degli anni '90 era superiore al 90%. Produciamo più del fabbisogno, riso, pomodori, e frutta fresca; siamo pressoché in equilibrio per ortaggi e agrumi; per il resto delle coltivazioni registriamo deficit anche molto rilevanti.

Andrea Tebaldi

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