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Il cartello non ferma la carità

Alessandra Mura
Un giovane mendicante davanti alla Conad
Un giovane mendicante davanti alla Conad

Mendicanti ieri erano di nuovo davanti al supermercato. Nel cappello spiccioli di venti e cinquanta centesimi

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Ieri mattina il supermercato Conad City di via Garibaldi era aperto, ma al posto del cartello “anti-accattonaggio” - rovinato dalla pioggia - era ricomparso quello di cartone con la scritta a pennarello “Ho Fame”, esibito da un giovane sotto i trent’anni seduto su un trolley malconcio accanto alle rastrelliere per le bici. Inutile tentare di strappare qualche parola all’elemosinante: un po’ per la lingua («parli italiano?» - un cenno di diniego) e un po’ per la presenza di un compare più anziano che a tratti si avvicina controllando il cappello per le offerte. Che, a dire il vero, piovono con parsimonia. Non per mancanza di mani pietose, ma per la consistenza degli oboli: venti centesimi, cinquanta quando va bene, spiccioli ramati quando va male.

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«Sono un pensionato, non posso permettermi di dare granché, ma faccio sempre volentieri l’elemosina se vedo un mendicante - dichiara Giuseppe Meletti - Il cartello? Non merita nemmeno di essere commentato, non vale neanche una risposta. Semplicemente, mi fa male vedere certe cose in una città come Ferrara». I clienti entrano ed escono dal supermercato. Una signora mette la sporta nel cestino e allunga una moneta nel cappello. «A volte sono un po’ insistenti, ma quel cartello non l’ho trovato giusto - sostiene Marcella Cia - E poi, io ho figli della stessa età di quel ragazzo e mi viene istintivo dargli qualcosa».

Un altro anziano si incammina lungo via della Luna dopo aver lasciato cadere qualche spicciolo: «Certo che faccio la carità! E del cartello non voglio neanche parlare». «Io preferisco non dare niente, perché credo che sia un modo per incentivare delle prassi sbagliate e non ben chiare - è l’opinione di Andrea Ghirardini - La beneficenza la si può fare in altro modo. Ma non credo che ci sia bisogno di un cartello, per giunta discriminatorio. La gente è libera di scegliere da sola». Irene Meister al contrario si dice d’accordo: «Stare lì inginocchiati in quel modo, lo trovo degradante e umiliante. Nella povertà invece c’è tanta dignità ».

Nel berretto, dopo circa un’ora di “osservazione”, è caduto poco più di un euro. Chissà, magari non era giornata, ma ben prima dell’orario di chiusura del market - non si esclude perché disturbato dalla nostra presenza - il mendicante si alza, infila il cartello e il berretto nel trolley e se ne è va trascinando la sua valigia scassata lungo via Garibaldi. A occhio, facendogli i conti in tasca, con un gruzzolo che - in proiezione - rende improbabile la stima di “60-100 euro al giorno” di elemosine indicata nel discusso cartello anti-accattonaggio.

Giornata magra, scuote la testa Mustafà, il senegalese che vende libri e braccialetti all’angolo ed è ancora a quota zero. Ma non si lascia stuzzicare nè trascinare nella classica “guerra tra poveri”. «No, del cartello non dico niente, io non c’entro nulla. Dico solo che ognuno è libero di donare quello che vuole... Tu lo vuoi un braccialetto?»

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