L’australiano Peter Pik promosso nel gruppo invitati
Le venti ore in volo dall'Australia hanno provato Peter Pik, il diciannovesimo invitato del Buskers Festival che Roberta Galeotti ha individuato giusto domenica sera, dopo un attento ascolto. Da...
Le venti ore in volo dall'Australia hanno provato Peter Pik, il diciannovesimo invitato del Buskers Festival che Roberta Galeotti ha individuato giusto domenica sera, dopo un attento ascolto. Da Drummoyne è arrivato fino a Ferrara, dov'è stato presentato da Luigi Russo alla frotta scalpitante del Music Park. «Non ho un genere favorito, amo sentir scorrere in me sia i ritmi calmi sia quelli incalzanti - ha raccontato in inglese il musicista - e neanche mi piace essere troppo fedele: arrangio sempre i brani con il mio stile». Pik segue la scuola di Eric Clapton e porta una bandana in pelle nera sopra gli occhiali tondi e il pizzetto bianco. Ricorda alla lontana la fascia di Marc Knopfler ai tempi dei Dire Straits, pure nel modo in cui stringe a sé lo strumento. «Ho cominciato da giovane con la chitarra elettrica in alcune band, poi ho scoperto i grandi che mi hanno segnato: lo spagnolo Segovia e l'americano Chet Atkins sono la ragione immortale per la quale oggi suono». In Italia crede ci sia molto da imparare. «Non ho bisogno di visitare chiese o monumenti, mi basta l'energia della gente di Ferrara - ha detto convinto - Il Festival dà l'opportunità a chi passa di ascoltare qualcosa che non sentirà da nessun'altra parte. È grande». Sono trent'anni, infatti, che si esibisce per le strade del mondo e le sue note sono state all'altezza di coinvolgere chiunque, dai più piccoli ai più cauti. «La bellezza di ciò che faccio quotidianamente sta nell'essere libero di spaziare dalle piazze ad altre dimensioni più contenute e rarefatte; ad esempio, ho lavorato per dieci anni in un club. Importa soltanto quello che riesci a rendere con sei corde, non ci sono amplificatori o altro di elettronico che tenga. This is the power e le persone lo percepiscono». Poi ha alzato il bicchiere e ci ha salutato con “salute!”.
Matteo Bianchi
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