Don Bedin: «Tutti abbiamo elemosinato»
Intervista al prete di Viale K: «Il caso Conad non ha alimentato l’intolleranza. Ecco i cinque motivi che inducono a chiedere la carità»
Chi ha bisogno di elemosina? Secondo don Domenico Bedin, presidente dell'associazione onlus Viale K, tutti ne hanno bisogno.
«Non ci sono solo persone che danno e persone che ricevono. Nella vita tutti ci troviamo in una posizione o nell'altra. A volte in maniera ipocrita ce ne dimentichiamo ma tutti abbiamo elemosinato, o elemosineremo, qualcosa. Può trattarsi di denaro, di affetto, di una raccomandazione: non c'è nessuno abbastanza povero da non poter dare qualcosa a qualcun altro».
Abbiamo incontrato don Bedin alla mensa di via Pesci. La sala è gremita, il servizio funziona a pieno ritmo: qui i volontari servono una media di duecento pasti al giorno.
Come si presenta Ferrara alle persone bisognose?
«Per quanto riguarda pasti e posti letto Ferrara ha una buona copertura; i bisognosi non sono abbandonati a loro stessi. La maggior parte delle persone che usufruisce del nostro servizio non fa la questua. A chiedere l'elemosina è probabilmente quella fascia di donne e uomini che non ritiene di dover mangiare in mensa, e che fa della carità uno stile di vita. I rom, per esempio, non vengono quasi mai a pranzo o a cena qui».
Cosa pensa dell'accattonaggio e dell'"invito" lanciato dal direttore del Conad di via Garibaldi a non elemosinare?
«Non sono né contrario alla questua e né favorevole. Mi spiego meglio. Se uno vuole chiedere l'elemosina è liberissimo di farlo; non infrange la legge, a patto che non diventi insistente, e non faccia del male a nessuno.
Ma siamo sicuri che non ci sia un racket dietro a quegli uomini e a quelle donne che sostano per ore e ore davanti a un supermercato piuttosto che ai semafori o agli angoli delle strade? La cosa migliore da fare, credo, sarebbe avvicinare queste persone. Parlare e creare un contatto con loro. Forse, un poco alla volta si potrebbero conoscere e comprendere le motivazioni che li hanno portati a chiedere qualche spicciolo ai passanti».
Secondo lei perché una persona arriva a chiedere la carità?
«Ci possono essere diversi motivi e penso di poterli riassumere in cinque diverse categorie.
La prima è composta da chi si è trovato realmente in difficoltà economica e non sa come risollevarsi. La seconda è formata da persone alla mercé di un capo che gestisce la raccolta di denaro dai passanti. Alla terza categoria, molto simile alla seconda, appartengono coloro che chiedono l'elemosina “a conduzione famigliare”, cioè nuclei che si sostengono solo ed esclusivamente grazie alla carità.
Al quarto posto ci sono persone con problemi legati magari alla droga o all'alcol e che cercano di elemosinare quanto basta per acquistare le sostanze. Infine ci sono coloro che chiedono l'elemosina in maniera saltuaria…».
Dunque ognuno porta con sé un trascorso diverso…
«Non esiste "la persona" che chiede la carità; esistono nomi, cognomi, storie e vissuti che vanno approfonditi. Conoscere non significa schedare, significa capire il tuo interlocutore.
Un percorso volto alla conoscenza di queste persone sarebbe a mio avviso molto utile. Se tutti coloro che chiedono una moneta avessero "solo" bisogno di mangiare non ci sarebbero problemi: alle mense c'è posto per tutti ma questa è una realtà che va oltre il semplice pasto quotidiano».
Crede che questo episodio alimenti intolleranza e razzismo?
«No, o quantomeno me lo auguro. Credo che da questa discussione, in un certo senso abbastanza provinciale, possa nascere un dibattito vero e proprio. È riduttivo pensare che fare l'elemosina significhi unicamente mettere la moneta nel cappello. Sarebbe doveroso approfondire la storia di chi si ha davanti: elemosina sì, ma personalizzata. Ecco, questo potrebbe essere il nuovo slogan».
Samuele Govoni
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
