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«Mi vergogno, ma devo elemosinare»

«Mi vergogno, ma devo elemosinare»

A 55 anni ha perso il posto di lavoro, viene da Padova ed è un “pendolare” della carità: «Nella mia città non devono sapere»

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Ha 55 anni, arriva da Padova e chiede l’elemosina. Si vergogna a farlo per le vie della città dove abita da più di vent’anni: «Non vorrei che i miei figli mi vedessero così». E allora viene a Ferrara, si inginocchia ai margini della strada e aspetta. Sta per ore e ore con un cartello in mano che dice: «Sono disperato. Sono senza lavoro. Ho una famiglia. Aiutatemi grazie». Prima non era così, prima non era costretto a elemosinare, prima lavorava. È stato per 25 anni operaio metalmeccanico in una fabbrica che poi, per colpa della crisi, si è vista costretta a lasciarlo a casa. «Da un anno e mezzo sono disoccupato. Passati i sei mesi durante i quali ho percepito la disoccupazione, mi sono ritrovato completamente a terra: ma un po’ di spesa dovrò pur farla, qualche bolletta dovrò pure cercare di pagarla, o no?». L’uomo ringrazia il cielo che sua moglie un impiego, per quanto modesto, ce l’ha ancora; ma non basta. Hanno due figli: la più grande studia da estetista, il più piccolo va ancora alle medie. «Mia moglie lo sa che vengo a chiedere l’elemosina e anche la primogenita. Ma cosa mi possono dire? Cosa posso fare? Chiedo la carità perché sono una persona onesta; non rubo, non spaccio e mi arrangio con piccoli lavori saltuari che spesso durano lo spazio di un paio di giorni». Il pendolare dell’elemosina fa una pausa: «La prima volta che mi sono inginocchiato qui piangevo». Anche venendo da fuori ha seguito la polemica sull’accattonaggio che da una settimana infiamma i dibattiti dei cittadini e un’idea se l’è fatta pure lui. «Ci sono persone insistenti che possono infastidire e, in certi casi, inseguire i passanti per avere una moneta. Questo non lo trovo giusto. Io mi metto qui, da una parte, se una persona mi vuole lasciare un’offerta è ben accetta ma non mi metto a correre dietro la gente». Dice di temere per il futuro, più per i suoi figli che per se stesso. «L’altra notte mi sono svegliato alle tre e mezza, avevo un pensiero fisso: come pagare le bollette? Non sono più riuscito a dormire. Mio figlio è tutta l’estate che mi chiede quand’è che lo porto al mare e io non so cosa rispondergli: come crede che mi sento? Quando lavoravo era tutta un’altra storia. A volte mi vengono anche brutti pensieri, è naturale, ma poi penso alla mia famiglia e capisco che devo mettercela tutta e andare avanti».

Samuele Govoni

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