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In viaggio sul FrecciArgenta che sembra grigio

Fabio Terminali
In viaggio sul FrecciArgenta che sembra grigio

Mezz’ora sul treno regionale 6511 tra carrozze stagionate, bici quasi proibite, stazioni deserte e piccioni proustiani

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ARGENTA. Il rumore è più simile a quello di un autobus ansimante, invece sarebbe un treno quello che sfiata in stazione a Ferrara in attesa, per la milionesima volta, di caricarsi in groppa una manciata di passeggeri. Stanco e memore, mio caro e vecchio ferro che non sei altro, di chissà quante migliaia e migliaia di chilometri ti appesantiscono il portamento sulla rotaia. Macché elettricità: è il diesel, bellezza. «Guardi, oggi c’è questo: non capita più tanto spesso, mi dispiace», smozzica le parole il capotreno. Al cronista in cerca di storie va che è una meraviglia. Decisamente meno a una donna sui quaranta, bionda, un’arrabbiatura per ogni ricciolo: «Ho prenotato ieri proprio apposta per scendere a Portomaggiore, vedendo sull’orario il simbolo del trasporto bici, e adesso mi dice di no?». Il problema è che su questa stagionata automotrice ALn668 le due ruote non possono salire. Beh, almeno non del tutto. Breve consultazione telefonica con un superiore e il capotreno dà il via libera: «Facciamo una cosa di buon senso: si metta già in posizione di discesa e cerchi di non intralciare». Affare fatto.

Il regionale 6511 diretto a Ravenna delle 9.22 è in partenza, signore e signori. Qui sopra siamo una quindicina. Niente pendolari, solo viaggiatori di piacere, anche se non tutti. «Vado a trovare mia nipote ricoverata all’ospedale di Ravenna – racconta un anziano -, niente di grave per fortuna. Solo che costa il treno eh, e poi una volta arrivato devo prendere l’autobus«. Chi si ferma ad Argenta come noi spende 7 euro e mezzo, andata e ritorno. Che per la qualità del mezzo sono pure abbastanza. Le carrozze hanno quel non so che di vissuto, di consumato, anzi di consunto. Sedute dal rivestimento sbrecciato, poggiagomiti scavati, finestrini anneriti dalla sporcizia oltre cui si intravede il paesaggio. «Onestamente difficile pretendere di più, è già molto che questa linea continui a fare il suo dovere», commenta Pietro Andreatta, diretto a Ravenna. «Comunque Tper ha di recente rinnovato il materiale rotabile: io non faccio spesso questa tratta, eppure l’ultima volta c’era un mezzo nuovo», racconta il macchinista, una vita in azienda, dal magazzino fino alla guida. «Certo, quando conduci un treno di quelli di adesso, noti la differenza. E c’è pure meno puzza», dice. Ha ragione circa gli investimenti: dall’inizio del 2014 le vecchie vetture Fiat sono state progressivamente sostituite con locomotive E 464 con carrozze Vivalto, automotrici polacche Atr 220 o elettrotreni Stadler Etr 350. Uno di questi ultimi ci toccherà al ritorno.

Ad un soffio dalla partenza si passa per la Rivana: ecco il cantiere “in sonno” ormai perenne, disgraziatissimo tra fallimenti delle ditte appaltatrici e tunnel cittadini su via Bologna tuttora “fantasma”. Poi il transito, senza fermata, nelle stazioni di Gaibanella e Montesanto. La pagina si apre d’un tratto sulle parole di Marcel Proust: «Quei luoghi misteriosi che sono le stazioni le quali, sebbene in pratica non facciano corpo con la città, contengono l’essenza della sua personalità così come ne portano il nome su un cartello segnaletico». Qui è tutta campagna, infinita coltivazione, immota resistenza. A Portomaggiore breve sosta: in stazione, una donna presumibilmente pakistana sta amorevolmente cambiando il pannolino del figlioletto e il fratellino più grande, premuroso, ne copre le parti intime alla vista degli altri. Argenta, infine: ore 9.51. Deserto silenzio. E via che aspettiamo più di un’ora il treno del rientro. La sala d’attesa consiste in un paio di gradini, ottenuti in gentile concessione dai piccioni che sul tetto stanno facendo il nido. Chissà cosa avrebbero ispirato a Proust, lui che alla ricerca del tempo perduto c’è andato per davvero.

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