L'inquilino del Quirinale e l'Uomo dell'acquedotto
L'editoriale del direttore
FERRARA. E’ troppo agevole fare dell’ironia sul suo stipendio principesco. E non è valido giocare sul suo cognome: Stricchi, che nei dialetti settentrionali ha a che fare con stretto, asciutto, economicamente a stecchetto.
L’ingegner Silvio Stricchi nel mondo ferrarese è il direttore di una azienda controllata dall’amministrazione pubblica che gode di un compenso superiore a quello del presidente della Repubblica: 240 mila euro lordi annui a Stricchi, 239mila euro lordi annui a Napolitano. Cioè in dodici mesi mille euro di più per il capo del Consorzio Acque Delta Ferrarese rispetto al capo dello Stato.
Incredibile, ma possibile: è un miracolo italiano. Troppo facile infiorare la metafora professionale dell’ingegnere, tipo l’Uomo d’oro dell’acqua. Piuttosto il caso Stricchi conferma il fenomeno che vela il nostro Paese declinante. Cioè quello della gran crisi e del disordine immenso. Gli effetti sono contraddittori, laceranti: dalla sera alla mattina un italiano può diventare povero in canna; oppure, nonostante depressione e casse vuote, un italiano può vedersi confermato uno stipendio da nababbi.
E’ quindi una crisi diseguale. Stricchi dirige Cadf – 65mila utenze e al servizio di 15 Comuni - da sedici anni e ha un contratto in scadenza nel marzo 2017. In agosto Stricchi aveva replicato alle accuse informando che il suo compenso era già stato rimodulato entro il limite della legge per i manager pubblici, e che è regolato dal contratto nazionale dei dirigenti e dalle dinamiche salariali del comparto delle aziende pubbliche di settore, cioè, in tutto 240mila euro.
E aveva tenuto a dire che il suo stipendio non è “una esagerazione o esorbitante”, evidenziando le responsabilità e i rischi che il suo ruolo comporta. Io dico e scrivo che quello stipendio è esagerato ed esorbitante, aggiungendo che la preparazione e i meriti di Stricchi non sono in discussione.
E’ invece inaccettabile che ogni manager che si senta criticato il dorato compenso faccia riferimento a contratti, delibere e leggi, cioè a una inaspettata involontaria e fatale congiuntura cosmica che nel suo insieme emunge tesori. Ovvero: Stricchi non c’entra, la responsabilità è del sistema. Oltre il nazionalpopolare “a mia insaputa” in questo nostro Paese declinante allora esiste pure il nazionalmanageriale o nazionalparlamentare “non dipende da me”.
E badateci, proprio nel piccolo caso nostrano dell’Uomo d’oro dell’acquedotto è bene infiltrata la politica. Eccome se c’è la politica. In primo luogo i vertici del Cadf essendo nominati e confermati da 15 Comuni sono comunque espressione di una volontà politica (supremamente del Pd). E i loro compensi ora sono aspramente criticati da una porzione politica rampante (supremamente del Pd renziano).
Guarda caso è il sindaco di Berra, Eric Zaghini aspirante consigliere regionale, a sollevare la questione del premio di risultato che doveva essere lietamente distribuito al presidente uscente della multiutility Area Loris Gadda e ai consiglieri Andrea Garlati e Silvio Stricchi. Il guastatore Zaghini è stato bacchettato dai colleghi primi cittadini, e accusato di protagonismo per fini, appunto, propagandistici.
Questo mondo ferrarese rappresenta l’Italia: annovera una crisi dagli effetti diseguali; viene rappresentato e condotto da una politica che si autorigenera ed è in conflitto permanente per la sopravvivenza; prevede premi di risultato a chi già è sonoramente compensato per il raggiungimento degli obiettivi (esiste la decurtazione se i risultati non vengono raggiunti?). E’ un Paese incapace di riformarsi semplicemente perché il suo sistema non lo permette e non lo vuole.
Valga l’esempio del tumulto delle forze dell’ordine per la conferma del tetto salariale; dell’inscalfibile compenso dei parlamentari; dell’intoccabilità delle pensioni d’oro; del pallore dei ritocchi al sistema giudiziario; dell’intangibilità delle categorie, dell’inossidabilità delle caste. Proprio a Ferrara, qualche mese fa, Vasco Errani, ancora alla guida della Regione e con un Renzi scalpitante appena arrivato a Palazzo Chigi, rispose a una mia domanda da marciapiede e sigaretta appena accesa. L’Italia ce la fa a cambiare? “No. Il motivo è semplice. Tutti sono convinti che si deve cambiare, ma nessuno è d’accordo su chi deve cominciare”
s.scansani@lanuovaferrara.it
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