Solvay, l’accusa chiede sette condanne
Processo al Cvm, 13 anni dopo i primi atti la richiesta della procura per gli ex manager ottantenni, verdetto il 25 settembre
Dopo 13 anni tra inchieste, perizie, dibattimento e sentenza di primo grado (con la piena assoluzione dei 7 imputati) e il processo di appello in corso, il caso Solvay giunge alla sua conclusione: la procura generale di Bologna ha chiesto oggi la condanna per tutti i 7 imputati (ex manager che gestivano la Solvay oltre 40 anni fa, prima del 1975) alla pena di 3 anni per il reato di omissione dolosa di protezione degli operai: secondo la procura generale, che ha ribadito le accuse della procura di Ferrara, all’interno della Solvay non vennero nel corso degli anni rispettate le norme di sicurezza negli ambienti in cui si lavorava il Cvm, il cloruro vinil monomero. La procura ha anche chiesto la prescrizione del reato per le lesioni patite da due operai, oggi parte civile, Michele Mantoan e Cipro Mazzoni. La sentenza dei giudici di appello è attesa per il 25 settembre. Al centro del processo la patologia, l’epatocarcinoma (un tumore al fegato) di cui si sono ammalati i due ex dipendenti Solvay (gli unici ancora in vita tra centinaia per cui iniziò linchiesta) e l'esposizione al Cvm, lavorato fino al 1989 per la produzione del Pvc nello stabilimento di via Marconi della ex Solvay.
Ieri davanti ai giudici della 3a sezione della Corte d’appello (Maddalo, Indirli e Di Fiore), le difese (avvocati Bolognesi, Fanari, Cicatelli) hanno però replicato e ribadito la assoluta mancanza di nesso tra le malattie degli operai e l’esposizione al Cvm e che Solvay era azienda all’avanguardia nella protezione e nella tutela della sicurezza degli operai. Quindi è stata la volta delle parti civili associarsi alla richiesta di condanne: gli avvocati Zanforlini (per Legambiente e i due ex operai), Venturi (sindacati e Comune di Ferrara) e Zavalloni (Inail) hanno ricordato ai giudici, come già fatto in primo grado, la storia della chimica di Ferrara che ha dato pane a tante famiglie, ad un prezzo troppo alto. Ricordiamo che in primo grado, a Ferrara, l’assoluzione decisa dal giudice Diego Mattelini dopo 3 anni di processo fu tranciante, poichè spiegò, nella propria motivazione lampo (appena poche pagine a fronte di migliaia di pagine processuali) che non era stato affatto dimostrato il nesso di causa causale tra malattia e Cvm e che anche gli imputati, oggi ultraottantenni, alla guida della multinazionale belga negli anni 70, non avevano «deleghe» nè «competenze» che potessero dimostrarne la responsabilità penale. Il processo d’appello è stato condizionato dal mancato accoglimento dei giudici di una superperizia medico-legale su malattia ed esposizione al Cvm e di tre testimoni chiave - secondo le parti civili - dello Iarc (istituto ricerca cancro) di Lione dove è stato approvato uno studio che sancisce l'altissima probabilità tra esposizione a Cvm ed epatocarcinoma, il tumore di cui soffrono i due operai del processo: potrebbe essere questo un segnale - aveva anticipato Legambiente - che la Corte ha ritenuto già valutate le prove e pertanto si teme un'assoluzione bis come Ferrara.
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