La Nuova Ferrara

Ferrara

condannata per truffa

Fattura medica gonfiata da 150 a 2500 euro

Il marito cerca di scagionarla: «Ho fatto tutto io». E adesso rischia anche lui il processo

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La sua testimonianza è diventata una confessione, un’ammissione di colpa che avrebbe dovuto scagionare la moglie imputata per truffa. Ma la donna A.P., è stata condannata lo stesso a 4 mesi con la condizionale, e in più lui rischia a sua volta di finire sotto processo, dato che il giudice non ha potuto far altro che inviare alla procura gli atti relativi alle sue dichiarazioni autoaccusatorie.

Protagonista di questa udienza con rovesciamenti di fronte, un uomo, G.M., titolare di una pensione di invalidità. La moglie lavora all’Agenzia delle Dogane e in quanto dipendente pubblico ha diritto, con i suoi familiari, ad accedere a un fondo per un parziale rimborso delle spese mediche. Un’opportunità a cui i coniugi fanno ricorso un paio di volte all’anno senza alcun problema. Finché un giorno arriva una raccomandata da parte del Fondo di previdenza che chiede chiarimenti su una fattura, firmata dalla moglie, relativa a una spesa per cure dentistiche del marito. Fattura che risulta “gonfiata” e che mette nei guai la donna: finisce a processo per truffa e a suo carico viene aperto un procedimento disciplinare concluso con una sospensione dal lavoro.

Al processo viene chiamato a testimoniare il marito ma la sua audizione, all’udienza di luglio, viene sospesa perché l’uomo da teste si trasforma in indagato. «Ho falsificato io quella fattura», rivela. E ieri, assistito da un avvocato, non si è avvalso del diritto al silenzio ma ha voluto proseguire la sua testimonianza-confessione.

La moglie, ha cercato di convincere il giudice Attinà, di quel “ritocco” truffaldino non sapeva niente. Era stato lui, a sua insaputa, a scannerizzare il documento e falsificarlo, aumentando la spesa per un’otturazione da 150 a 2500 euro. Poi aveva falsificato pure la firma di sua moglie e inviato il tutto al Fondo insieme ad altre fatture regolari. La moglie doveva rimanere all’oscuro di tutto perché quell’esorbitante “cresta” sul rimborso gli serviva per spese personali.

Una versione che ha convinto la pubblica accusa, che ha chiesto l’assoluzione dell’imputata, ma evidentemente non il giudice Attinà, che l’ha condannata a quattro mesi, con pena sospesa e non menzione. E ha poi rinviato gli atti alla procura perché valuti le dichiarazioni auto-incriminanti del marito. Le motivazioni saranno depositate tra 90 giorni. La difesa, sostenuta dall’avvocato Veronica Pettazzoni, ha annunciato il ricorso in Appello.

Alessandra Mura

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