La Nuova Ferrara

Ferrara

oggi un seminario all’istituto di storia contemporanea

Il ricordo di Magoni a 70 anni dalla morte

Il ricordo di Magoni a 70 anni dalla morte

Intervista al cugino Gianluigi che ripercorre le tappe di un martire della libertà

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Quest’anno ricorrerà il settantesimo anniversario dall’uccisione di Giovanni Magoni, partigiano ferrarese e medaglia d’argento come martire della libertà, fucilato dai nazifascisti a Bologna il 20 settembre 1944 alla giovane età di 35 anni. Per l’occasione Anna Quarzi dell’Istituto di Storia Contemporanea, in collaborazione con il Museo del Risorgimento e della Resistenza, organizza un seminario a lui dedicato, intitolato Giovanni Magoni, a settant’anni dalla morte. L’appuntamento è oggi alle 16.30 all’Istituto di Storia Contemporanea (vicolo Santo Spirito, 11) e interverranno, oltre ad Anna Quarzi, il presidente dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), la storica Antonella Guarnieri del Museo del Risorgimento, e l’ingegnere Gianluigi Magoni, che porterà la testimonianza diretta e il ricordo familiare di Giovanni, suo primo cugino. Gianluigi Magoni, 89 anni, ne traccia un ricordo intriso di affetto e stima, la sua è una memoria importante da far conoscere al pubblico, e per questo si è raccontato in un’ intervista, anteprima del suo intervento al seminario.

Qual è il ricordo personale che ha di Giovanni?

«Ricordo l’amore che provava per la cultura, per i libri e lo studio e, nonostante le sue umili origini, si diede da fare per informarsi e incrementare le sue conoscenze, e fu proprio questa curiosità e apertura verso il mondo a spingerlo fino a diventare attivista del movimento partigiano. Mio padre si rivedeva molto in Giovanni, suo nipote, da giovane aveva lo stesso carattere, ed era altrettanto idealista».

Com’era la sua vita in famiglia?

«Nella storia di Giovanni si può rintracciare un leit motive, ed è il grande affetto che provava per la madre, visibile anche nelle lettere che le scriveva, dove la chiamava “adorata mamma”. A parte questo, tutti i parenti cercarono di aiutarlo, nonostante nessuno di noi fosse comunista, ma anche di fare in modo che la madre sapesse il meno possibile, per non farla vivere con l’angoscia. Una curiosità della nostra famiglia è che tutte le femmine conquistarono un titolo di studio, sebbene all’epoca fosse una scelta piuttosto insolita, ma sia mio zio che mio padre sostenevano che i maschi imparando un mestiere se la potevano cavare in qualche modo, mentre per le donne era più difficile ed era quindi giusto farle studiare: due sorelle di Giovanni divennero maestre di scuola».

Che notizie arrivavano alla famiglia? Avete saputo subito della sua uccisione?

«Era mio padre a tenere il contatto che ci forniva lettere e informazioni, era uno sfollato nascosto a pochi chilometri da noi, rifugiati nella campagna di Corlo; molte volte mio padre ed io andammo da lui insieme. Ricordo la gioia che provammo alla notizia della sua evasione, che sfumò dopo poco, poichè fummo presto raggiunti da quella della sua morte. L’ultima lettera è datata 16 settembre, quindi Giovanni la scrisse quattro giorni prima della sua uccisione, ma a noi arrivò circa 10 giorni dopo, quando lui era già morto. Noi non sappiamo quando e come la notizia sia stata riportata alla madre, ma un aneddoto significativo è quello del riconoscimento della salma, avvenuto un anno più tardi a Bologna. Sia Luigi, il fratello inviato per il riconoscimento, sia il dentista, lo riconobbero senza alcun dubbio, ma quando tornarono a casa, dissero che non ne avevano la certezza, in modo che lei potesse conservare ancora un filo di speranza: da allora si chiuse in sè stessa, e di Giovanni non parlò mai più».

Si parlava delle vicende di Giovanni fra parenti?

Sì, noi ne parlavamo, soprattutto le sue due sorelle, raccontavano di lui ai figli per tramandare ai nipoti il ricordo: la maggior parte delle informazioni che ho infatti derivano dal confronto con gli altri miei cugini, sono sempre loro che adesso custodiscono le lettere, le fotografie e i documenti. Come famiglia la nostra intenzione sarebbe quella di lasciare questi originali al museo del Risorgimento e farne delle copie per il nostro ricordo personale. Dopo le prime generazioni tende ad affievolirsi un po’ il ricordo e l’interesse, e quindi è molto importante fare qualcosa adesso per mantenere viva la sua storia. Del resto, anche i nipoti che non l’hanno mai conosciuto hanno vissuto intensamente le sue vicende tramite i racconti della madre e della zia, e ci sembra giusto condividere la nostra esperienza con tutti i ferraresi.

Cosa significa per lei mantenere vive queste memorie e renderle pubbliche?

Quando si va avanti negli anni si pensa tanto al passato e a cosa si poteva fare e per un motivo o per l’altro non è stato fatto. Forse questa commemorazione avremmo dovuto organizzarla prima, quando erano ancora vivi i compagni di lotta di Giovanni, e avrebbero potuto dare un contributo diretto, ma non è andata così. Prima che il ricordo si perda del tutto ho pensato fosse necessario fare qualcosa, almeno in occasione del settantesimo anniversario.

Irene Lodi

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