«Quello che i commissari non dicono»
Viaggio nella “pancia” di azionisti, clienti e dipendenti all’indomani dell’ultimo colpo di scena: basta con i troppi silenzi
L’azione fissata improvvisamente a quota 0, procedura poi rimediata con un tardivo blocco delle contrattazioni, è stato l’ultimo episodio di un commissariamento della Carife vissuto molto nell’incertezza e soprattutto senza informazioni su quello che sta succedendo. Il tutto alla faccia dei risparmiatori e degli investitori che continuano a dare fiducia alla Cassa di Risparmio ferrarese. Ieri gli umori su quanto sta accadendo nel massimo istituto di credito ferrarese erano pressoché concordi tra azionisti, correntisti e dipendenti. La “pancia” del popolo Carife comincia a stancarsi di una situazione delicata ed incerta, soprattutto perché in ballo ci sono risparmi e investimenti propri.
Un destino incerto.
A 16 mesi dal commissariamento non è per niente chiaro il destino della banca e questa situazione sta creando molto malumore tra gli azionisti, i clienti e gli stessi dipendenti che si trovano in prima linea a fronteggiare gli eventi, con molta professionalità.
Muti alla meta.
Il silenzio dei commissari è assordante e lo si capisce dai discorsi che vengono della clientela e soprattutto degli azionisti che sono quelli che più di tutti stanno pagando la fiducia nella banca e l’investimento sul titolo che in appena cinque anni ha perso quasi il 90% del suo valore di capitale, passando da quota 40,6 euro del febbraio 2009 agli attuali 3,18. Si rimproverano agli attuali vertici Carife, l’assoluta mancanza di comunicazione anche delle notizie che potrebbero avere risvolti positivi, per mettere fiducia nei clienti, come avviene anche in altri istituti di credito commissariati. Da troppo tempo non si hanno informazioni sullo stato di saluto della banca - ricordiamo che un istituto di credito commissariato non deve presentare il bilancio - ma ci sono valori importanti, come ad esempio una riconosciuta nuova liquidità bancaria, che potrebbero testimoniare bene come la Carife stia lavorando per uscire dal tunnel.
Blocco tardivo.
Un’altra critica che si raccoglie è quello del tardivo blocco delle contrattazioni. Sono mesi che gli scambi sono ridotti al lumicino e non si capisce perché questo blocco non sia avvenuto prima, a differenza - si ripete - di altre realtà commissariate. E in questo caso qualcuno punta il dito anche contro la Fondazione, che per difendere il proprio capitale (detiene il pacchetto di maggioranza delle azioni con 54,3% ovvero oltre 23 milioni di azioni) avrebbe dovuto chiedere prima il blocco delle contrattazioni quando il titolo era ancora in doppia cifra.
Il silenzio dei politici.
Oltre al silenzio dei commissari viene segnalato anche quello dei politici. A parte qualche intervento del sindaco Tiziano Tagliani che recentemente ha messo in guardia anche dal pericolo dello spoglio del patrimonio artistico ferrarese in caso di vendita della banca, da Roma nessuno parla tra i rappresentanti ferraresi, sia che questi siedano al governo o in parlamento. E dire che in gioco ci sono i risparmi di tantissimi ferraresi e gli investimenti di altrettanto numerosi imprenditori locali.
Tagli alle sponsorizzazioni.
Allo stato attuale la banca ha perso quel propositivo intervento sul territorio che è stato per tanti anni la sua prerogativa e che poi ha continuato a fare insieme alla Fondazione, che ridistribuiva alla città e alla provincia sotto varie forme e in numerosi settori qualcosa come 8 milioni di euro all’anno. Da quando la banca è andata in crisi e non ci sono più dividendi, per i soci e soprattutto per l’azionista di maggioranza, sono stati cancellati in pratica quasi tutti i patrocini, i contributi e le sponsorizzazioni che andavano dallo sport, all’arte, dalla scienza all’aiuto umanitario. Ossigeno per l’intero tessuto sociale e per gli enti pubblici locali che da cinque anni è venuto a mancare.
Il ricorso a Bankitalia.
Prosegue intanto ancora il braccio di ferro tra gli ex dirigenti della Carife che hanno fatto ricorso alla decisione della Banca d’Italia per il commissariamento. Più di uno all’interno della banca osserva che Malfaccini non avrebbe dovuto essere lasciato solo con il cerino in mano, anche perché dovrebbe essere sostenuto dalle istituzioni. E a questo proposito si ricorda come Carife sia stata commissariata, a differenza di altre realtà bancarie italiane in crisi, quest’ultime con l’aggravio anche di pendenze penali. Ed è il caso della Monte Paschi e della Carige.
Partner cercansi.
La Fondazione, interessata a valorizzare il proprio pacchetto azionario di maggioranza, intanto sta lavorando per cercare più offerte, un solo concorrente (attualmente la Banca Popolare di Vicenza) non farebbe lievitare il prezzo di un eventuale vendita.
Dipendenti in trincea.
In ultima analisi è doveroso sottolineare lo sforzo dei dipendenti della banca, che sono quelli che ci stanno mettendo la faccia in questa situazione davanti alle legittime richieste di spiegazioni e perplessità da parte della clientela. Ricordiamo che hanno rinunciato ad una mensilità sottoscrivendo un patto di solidarietà e ancora non hanno ben chiaro il loro futuro. Intanto si stanno avvicinando le scadenze autunnali che potrebbero decidere le sorti della banca o solo rinviarle fino a maggio 2015, tempo massimo per il commissariamento.
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