Morì sulla nave in India, tre condannati
La tragedia sul lavoro del comacchiese Anacleto Beneventi: precipitò da 30 metri mentre collaudava l'impianto elettrico della imbarcazione, perchè non aveva nessuna cintura di sicurezza
COMACCHIO. Anacleto Beneventi, 36 anni, di Comacchio, morì il 3 aprile 2008 precipitando al suolo da un’altezza di 30 metri, mentre stava collaudando un impianto elettrico di una nave. La tragedia accadde in India, a Mumbay, e ieri dopo sei anni e mezzo dalla tragedia, «finalmente giustizia», dicono i familiari e il legale. Il giudice Franco Attinà ha condannato i titolari delle tre ditte coinvolte nel cantiere che non rispettarono le norme di sicurezza, secondo l’indagine che venne aperta dopo la sua morte e secondo il convincimento del giudice: così il giudice ha deciso un anno di pena per tutti e tre gli imputati. Si tratta del proprietario della nave, Paolo Clerici, della ditta CoeClerici spa di Milano, Guglielmo Bedeschi, legale rappresentante della Bedeschi Spa che aveva appaltato il lavoro (entrambi avevano già risarcito la famiglia con diverse centina di migliaio di euro) e infine Gabriele Orioli, titolare della Biesse Impianti di Ravenna, azienda per cui Beneventi lavorava da quasi vent'anni, che aveva risarcito solo in parte il danno e ora la contesa si sposterà anche in sede civile. Il processo lungo e intricato ha sviscerato il problema di quel cantiere a Mumbay dove lavorava Beneventi, senza la minima protezione di sicurezza. Beneventi pur lavorando ad una altezza di 30 metri sulla nave che doveva essere collaudata, non era agganciato ad alcuna cinghia di sicurezza. Per accedere alla postazione di lavoro (come è emerso dal processo) doveva salire su una scala a pioli appoggiata a una scala obliqua, e nel passaggio tra le due scale c'era il vuoto, perché mancava la gabbia a semicerchio ad evitare di cadere all'indietro. «Dopo anni e una battaglia giudiziaria possiamo dire che la famiglia ha ottenuto giustizia», spiegava ieri Marco Linguerri, il legale di parte civile.
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