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Risarcimento negato A 94 anni combatte ancora

Risarcimento negato A 94 anni combatte ancora

Corte costituzionale alle prese con una controversa sentenza della Corte dell’Aja Duilio Bergamini, deportato in Germania nel 1943, ieri era a Roma con la figlia

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«Non ci interessano i soldi, se anche non ci danno un centesimo, si tratta di una questione di principio». A parlare è il ferrarese Luigi Bergamini, 94 anni, che l’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, venne catturato dai tedeschi uscendo dall’ospedale di Verona, portato in Germania in un campo di concentramento e poi a lavorare in una fabbrica di raffinazione di oli minerali nei pressi di Lipsia, dove rimase fino all’aprile del 1945.

Bergamini, accompagnato dalla figlia Elisa, ieri mattina era Roma per assistere all’udienza della Corte Costituzionale sulla legittimità delle norme che, dopo la sentenza della Corte dell’Aja del 2012, hanno di fatto bloccato qualsiasi possibilità di chiedere alla Germania - dichiarata immune - risarcimenti da parte delle vittime del nazismo. La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata davanti al tribunale di Firenze, che ha inviato gli atti alla Consulta.

«La mia battaglia è iniziata tre anni fa - ha raccontato Bergamini, il quale vive a Ferrara e che fino all’anno scorso è stato un artigiano specializzato in abat-jour - quando ho letto sui giornali il nome dell’avvocato Lau (che difende altre due posizioni) e ho deciso di contattarlo». Bergamini ha combattuto anche in Russia, di cui racconta ancora i momenti più difficili, e poi, nel 1943, mentre era a Verona («prestavo servizio alla censura militare di guerra»), fu portato in Germania. Presenti a palazzo della Consulta anche i familiari di Luigi Cafissi, originario del Pistoiese, deportato in un campo di concentramento tedesco e lì morto e seppellito in una fossa comune. «Se le norme attuali fossero dichiarate legittime sarebbe una cosa molto ingiusta - afferma il nipote di Cafissi, Luigi Bellini - si ledono le persone che hanno lottato per la patria e che in questo modo non sono riconosciute affatto, ma vengono dimenticate».

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