In aula per il caso Accorsi. Tutti vanno a processo
Il giudice rinvia a giudizio due poliziotti e due funzionari di Società Autostrade. La vittima morì in moto contro l’auto abbandonata, nessuno ordinò di spostarla
Si dovranno presentare in tribunale, davanti al collegio, il prossimo 6 novembre, quando potranno ribadire ai giudici che non hanno nessuna responsabilità nella tragedia.
Una tragedia assurda, quella di Ennio Accorsi, morto sulla moto andando a schiantarsi contro un'auto abbandonata sulla bretella della Ferrara-Portogaribaldi. Quell’auto ferma in mezzo alla strada, non segnalata venne lasciata lì quasi per un'ora, e nessuno - secondo l’accusa - tra gli addetti della Polizia stradale di Bologna o quelli della Società Autostrade, sempre di Bologna, di turno quel giorno del 20 agosto 2012, pur avvisati da automobilisti di passaggio, fece nulla per spostare quell’ostacolo dalla strada.
Per questo motivo, accogliendo le tesi della procura, il gup Monica Bighetti ha rinviato a giudizio per il 6 novembre prossimo 5 persone. Tra loro il principale responsabile della tragedia, l’uomo che abbandonò la Opel Corsa (rubata una settimana prima): si tratta del ferrarese Sergio Bonora che rimasto senza benzina, lasciò l'auto sulla carreggiata di marcia senza triangolo, segnalazioni o frecce inserite e andò a cercar benzina con una tanica, tornando oltre un’ora dopo sul posto, a tragedia avvenuta. Nel frattempo (secondo le accuse da verificare al processo) nessuno ordinò di spostare l’auto, o meglio vi fu una sorta di palleggiamento di responsabilità - dopo la tragedia - tra Società Autostrade e Polstrada su chi dovesse o meno intervenire. Gli imputati sono Giovanni De Luca, bolognese, addetto della Società Autostrade, in servizio il giorno della tragedia; i due poliziotti in servizio al centro operativo autostradale della Polstrada di Bologna, Gabriele Carlini e Marco Barbieri e Mirko Nanni, altro dirigente Società autostrade che - per l’accusa - raccontò a De Luca della relazione di servizio di un poliziotto ed è accusato di favoreggiamento e violazione di segreto: reato grave che impone, secondo il codice, il giudizio di un collegio del tribunale.
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