La Nuova Ferrara

Ferrara

Non c’è altro posto al mondo così immobile e affascinante

di ROBERTO ROVERSI
Non c’è altro posto al mondo così immobile e affascinante

Ferrara protagonista ricoperta del nuovo romanzo “L’amore che ti meriti”

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di ROBERTO ROVERSI

Le amicizie che nascono sui banchi di scuola spesso si spengono con l'ultima campanella di giugno o con l'esame di maturità. Ci si promette di restare in contatto, di rivedersi dopo l'estate, ma poi ognuno va per la sua strada. Qualche nostalgico tenta di organizzare agghiaccianti reunion dopo 10 anni, qualcun altro compulsa Facebook o LinkedIn per stanarti sul web. Ma perlopiù ci si separa, si cambia città, ci si perde di vista. Per me e Daria fortunatamente non è andata così.

Ci siamo conosciuti al Liceo Ariosto e dopo qualche mese eravamo compagni di banco.

Formavamo una coppia improbabile: lei molto più matura della sua età, lettrice accanita, gusti culturali elitari, studentessa brillante ma selettiva (eccelleva in italiano, improvvisava nelle altre materie); io venivo dalla provincia, ero alto e goffo e ascoltavo solo musica malata e decadente.

Studiavo più di lei, ma soprattutto ascoltavo musica malata e decadente. Nei weekend lei si dileguava a Castel San Pietro, nella casa di famiglia, io tornavo allo stato brado a Sant’Egidio.

Non so lei, io non mi sono mai più divertito come in quei 5 anni di liceo. Ma questo lo avrei capito molto più avanti.

Dopo l'esame di maturità ha fatto irruzione la vita così come la conosciamo: facoltà diverse, città diverse e poi la sua "fuga" a Milano dopo la morte del padre.

I rapporti tra noi si sono fatti più sporadici, ma non si sono mai interrotti. È facile dirlo adesso, ma che Daria fosse predestinata a qualcosa di importante lo pensavamo tutti. Per questo ho trovato del tutto naturale vederla prima entrare nelle redazioni di Gad Lerner e Gianni Riotta, poi ideare e condurre trasmissioni televisive di enorme successo, ascoltarla alla radio, vederla dirigere riviste e infine pubblicare romanzi.

Negli ultimi anni, anche grazie ad "Internazionale a Ferrara", abbiamo ripreso a sentirci più spesso e a confrontarci su letteratura, cinema, musica. Insomma: le cose che ci piacciono.

Quella con Daria è una lunga amicizia che mi offre oggi un altro privilegio: quello di leggere i suoi libri prima della loro uscita.

È successo così anche per "L'amore che ti meriti" (Mondadori), in libreria da oggi, a mio sommesso avviso il migliore dei suoi lavori, che ho potuto seguire nelle sue varie stesure, nei ripensamenti sulle citazioni in esergo e nel succedersi dei working titles.

Ne abbiamo parlato via email, anche se intervistare un'intervistatrice seriale non è un compito semplice.

"L'amore che ti meriti" è l'indagine sulla scomparsa di un ragazzo che ha letteralmente sconvolto la vita di una famiglia.

Uno scavo nel passato che porta una giovane donna, improvvisatasi detective sui generis, a scoprire che l'immagine che si è costruita della madre da giovane è lontanissima dalla realtà. Leggendo il libro ho avuto l'impressione che una delle idee di fondo sia che la vita di ciascuno di noi sia costellata di segreti inconfessabili.

«Il segreto di Alma è quasi impossibile da confessare perché il sentimento che più ha segnato la sua vita, ma forse l'ha anche sostenuta, è il senso di colpa. Un senso di colpa grande come una montagna, ma è una montagna che la schiaccia o la rende fortissima? Questo lo lascio decidere al lettore».

Lo svelamento di fatti accaduti in un passato lontano viene dosato sapientemente tenendo il lettore in costante tensione sino all'ultima pagina: sei consapevole di avere scritto, forse tuo malgrado, un thriller, per quanto… esistenziale, come direbbe Luigi, uno dei personaggi del libro?

«I veri thriller hanno trame ben più complesse, caro Bobo, non illudiamo il lettore di trovarsi di fronte a un giallo. Ma sulla definizione di thriller esistenziale mi ritrovo.

A me piacciono i libri che si fanno leggere, meglio se divorare, e cerco di scrivere in modo che renda difficile al lettore abbandonare le pagine, anche se spero che poi quello che ha letto rimanga ad abitarlo per un bel po' dopo che il libro è terminato».

Il racconto è permeato da temi forti, dal senso di colpa alla depressione, dal suicidio all'eroina, ma il registro che hai scelto è piacevolmente leggero, a volte quasi divertito di fronte a quali sorprese possano riservare le vite degli altri…

«Eh io ho una passione per i drammi, non posso negarlo, sarà per quello che mi piaceva tanto la musica malata che ascoltavi al liceo, come la chiami tu. Mi riempivi il diario di testi di canzoni, ti ricordi? Com'era quella canzone di Peter Hammill sull'amore e il dolore? "For pain and love go hand in hand…".

I drammi e le tragedie sono formidabili strumenti narrativi e io cerco di usarli come motore dinamico delle storie che racconto».

La narrazione è scandita dall'intreccio delle due voci di Alma e Antonia, madre e figlia, che si alternano da due città vicinissime, Bologna e Ferrara, che però sembrano impermeabili l'una all'altra.

«Bravo, impermeabili. Io le ho sempre vissute così, in modo quasi schizofrenico.

Ti ricordi che tutta la mia famiglia era bolognese? Cinquanta chilometri, eppure sembravano due pianeti diversi. C'è da dire che non mi sono mai trovata benissimo su nessuno dei due pianeti, ma forse era l'età: a vent'anni devi solo fuggire, da qualunque posto».

Alma è divorata dal senso di colpa, Antonia si lancia alla ricerca della verità per esorcizzare i demoni della madre: "gli errori si pagano" è una frase che ricorre spesso, ma nel tuo racconto sembrano irrimediabili e chiedere pegno per tutta la vita.

«Se ci pensi tutta la storia che racconto ne L'amore che ti meriti nasce da un errore: se Alma non avesse fatto quella proposta a Maio - che ora non raccontiamo per non rovinare il divertimento al lettore - sarebbe successo quel che succede ad Alma e alla sua famiglia? Un errore piccolo o grande può cambiare il corso di una vita. Anche se il caso, fortunato o sfortunato, ha un ruolo cento volte più importante degli errori che facciamo, ma questo non vogliamo o non possiamo saperlo».

La tua scrittura è molto cinematografica, piena di immagini forti; l'intreccio è serrato, con frequenti flashback. Facciamo un gioco: in un mondo ideale quale regista ti piacerebbe girasse un film da "L'amore che meriti"?

«A parte Michelangelo Antonioni dici? Che ne pensi della Bigelow? Zero Dark Thirty, che cito nel romanzo, è molto più che un film d'azione, ha dentro un'amarezza ossessiva, non ti pare? Ma sei tu l'esperto di cinema. Mi andrebbe benissimo anche il Virzì del Capitale umano, però. Ma ripeto, io ho gusti pop, anche se mi dai della snob: l'intellettuale cinefilo sei tu».

La terza protagonista del romanzo è Ferrara, di cui Antonia si innamora perdutamente, per la sua architettura ma anche per la sua "bellezza malinconica e composta, solitaria" e per la sua atmosfera sospesa e fuori dal tempo: è la sensazione che evoca anche in te, quando ci torni?

«Sì: ho scoperto a Ferrara un'atmosfera della quale da ragazza non ero consapevole, forse perché la respiravo e ne ero completamente impregnata, un'atmosfera molto suggestiva ed emozionante, unica. Non mi viene in mente nessun'altro posto al mondo così… immobile e così affascinante nella sua immobilità, neanche il deserto.

Off topic personale: parlando con te negli ultimi tempi ho avuto l'impressione che ti sia riconciliata con la città dopo il terremoto di due anni fa, dopo un lungo periodo di rigetto o quanto meno di diffidenza.

«È vero, come si fa coi grandi amori che riscopri solo quando rischi di perdere.

Ho provato emozioni fortissime tornando a Ferrara dopo il terremoto e trovandola ferita ma come sempre composta, bellissima, elegante».

Se Ferrara è una città incantevole, lo stesso non si può dire dei suoi abitanti, che colpiscono Antonia per i loro "modi asciutti", schivi, quasi alteri in quanto eredi di una pretesa antica nobiltà: ma è soprattutto una frase di un personaggio minore che "spiega" la nostra stranezza: "…forse sono i ferraresi, ti fanno sempre sentire come se ti giudicassero".

Credi sia una nostra peculiarità o la caratteristica di ogni città di provincia?

«È una caratteristica di ogni città di provincia che qui viene stressata all'ennesima potenza dalle caratteristiche di questo posto, dalle sue antiche divisioni di classe ma anche dalle sue caratteristiche geografiche, come se i suoi abitanti pensassero che in fondo tutta questa bellezza sia merito loro, a proposito di cose che bisogna meritarsi.

Dopo cinquant'anni, e dopo che mi sono sempre sentita straniera, ora provo anch'io una traccia di questo sentimento: l'orgoglio di appartenere a tanta bellezza misteriosa, di averla respirata dalla nascita, di esserne stata compenetrata per tanto tempo.

La bellezza misteriosa è più affascinante di qualunque bellezza sfacciata, non ti pare».

Un'ultima domanda, che riguarda la tua produzione letteraria complessivamente intesa: quando hai iniziato a scrivere non hai temuto di essere incasellata nella pletora di celebrities che pubblicano (e vendono bene) solo grazie alla loro popolarità televisiva? In definitiva, di non essere presa sul serio come scrittrice?

«Eccome, per questo ho cominciato a pubblicare solo sei anni fa, nonostante scriva da quarant'anni.

Poi alla fine sono esplosa come una zucca. Sai se esplodano le zucche, tu che sei un ferrarese di campagna?».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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