Il coraggio di Maisa Saleh giornalista per necessità
All’inaugurazione del festival consegnato alla reporter siriana il premio Politkovskaja De Mauro ha ringraziato la città per l’ospitalità. «Grazie a voi», ha risposto Tagliani
FERRARA. Maisa Saleh, poco più di trent’anni, capelli nerissimi e gonna all’occidentale, fino a poco tempo fa faceva l’infermiera ad Aleppo e non la giornalista. È stata costretta a diventarlo per denunciare i soprusi e le violenze del regime siriano di Assad, “il regno del silenzio”, come lo definisce: parrucca bionda addosso per non farsi riconoscere, filmava, montava e scriveva per Orient Tv sulle lotte degli oppositori democratici.
Il potere non l’ha presa bene, ovvio: incarcerata, è stata poi liberata ma con l’obbligo di esilio in Turchia. A lei è stato assegnato, ieri mattina nella cerimonia d’apertura del Festival di Internazionale, il premio Anna Politkovskaja.
«I miei amici – spiega alla folta platea – mi hanno consigliato di chiedere asilo, non credono io possa tornare. Dalla Siria in tanti scappano sulle barche, anche mio fratello l’ha fatto due mesi fa e c’è riuscito ad arrivare in Italia. Altri no, e muoiono». Maisa racconta storie drammatiche, elencando cifre come i 200mila siriani uccisi in questi ultimi anni, i 100mila dispersi, i due milioni di arrestati, gli undici milioni di sfollati. C’è il fantino che si era permesso di battere il giovane Assad in una gara: è stato tenuto in galera per undici anni. Tra l’altro, la sorella della giovane attivista, anch’ella impegnata in prima linea, è da mesi nelle mani di un gruppo di estremisti islamici che l’ha rapita, e se ne sono perse le tracce.
«Ogni famiglia – osserva Maisa – nel mio Paese ha almeno una storia di arresti, sparizioni, omicidi. La comunità internazionale ha ignorato per quattro anni i nostri appelli e si è mossa solo quando sono stati mostrati i filmati dell’Isis sulle decapitazioni dei giornalisti occidentali». Già perché la Siria oggi è tra due fuochi «che si equivalgono per pericolosità», dice la Saleh: la dittat
ura decennale della famiglia Assad e l’avanzante terrorismo di matrice sunnita. «All’inizio – precisa – la rivoluzione non era partita per essere islamica, è l’immagine venduta dai media e favorita dalle stesso regime che vedeva malissimo chi si ribellava in modo pacifico e civile. Ma la rivoluzione non è finita e non sarà di certo l’Isis, che punisce le donne perché non si comportano da brave musulmane, a farla: questa fase la supereremo. Ora la Siria è un Paese del male, ma volevamo e vogliamo un cambiamento democratico e dignitoso. Dobbiamo continuare ad accendere la luce – conclude Maisa Saleh -, i popoli devono stare dalla parte del giusto prima che questa follia si espanda in tutto il mondo».
Ci sono applausi, e tanti, a sottolineare queste parole, scandite con orgoglio e convinzione. La consegna del premio intitolato alla giornalista russa Anna Politkovskaja come di consueto è l’apertura del festival.
«Grazie come sempre a Ferrara che ci ospita», dice il direttore di Internazionale, Giovanni De Mauro.
«Grazie voi – replica il sindaco Tiziano Tagliani, che ha chiesto ai presenti un applauso in favore di Medici senza frontiere, partner della manifestazione -, questo festival ormai è diventata un pezzo d’identità della nostra città. Solo pochi giorni fa il Premio Estense è stato vinto dal libro “Il Paese del male” che racconta della Siria, e ora il riconoscimento a Maisa Saleh: le due giurie non hanno avuto nessun contatto, eppure la coincidenza è significativa».
A fine incontro, tutti a prendere un gadget all’uscita dal cinema Apollo: semi di piante che attraggono farfalle. La giornalista ed ex infermiera farà una trasmissione tv dalla Turchia. Il titolo è “Il volo delle farfalle”, con dedica alle donne siriane. Che vivono nonostante tutto, lottano e denunciano. Come lei. Fabio Terminali
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