«Più lavoro con la green economy La soluzione non è licenziare»
Non era necessario partire dall’articolo 18. Ma se l’obiettivo è un altro, allora parliamone I profughi delle guerre ricadono su tutti. Però, se la politica vuole, l’Onu può selezionarli in Libia
FERRARA. I 25 anni della Nuova Ferrara, il lavoro redazionale che stanno svolgendo gli studenti dei licei classici di Ferrara e Torino. Sono queste le motivazioni della visita della presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, alla redazione del giornale, in corso Porta Reno. Prima di partecipare all’incontro pubblico di Internazionale, la presidente ha passato circa un’ora prima tra gli studenti, poi nell’intervista collettiva con il direttore e i redattori della Nuova.
I lavori della Camera visti da un giornale, o da una scuola: democratiche schermaglie, tempi moderni troppo sopra le righe oppure decisa decadenza?
Quali lavori alla Camera? Quelli che vedete alla tv? Non sono la rappresentazione di quanto si fa alla Camera, ma solo la parte più eclatante, in negativo: qualcuno che in aula fa una provocazione o usa toni eccessivi, assalti ai banchi del governo o della presidenza. Ma queste sono eccezioni, la regola è che si lavora normalmente nelle commissioni, nelle giunte e in aula, facendo raramente notizia. Ciò che è sopra le righe fa notizia, ma non fa bene alla politica, perché gli italiani non vogliono vedere i loro rappresentanti che usano certi toni e certe parole; vorrebbero vedere un’aula che discute e porta a casa i provvedimenti.
Articolo 18: servirà questa riforma?
Chiedo io a voi: qual è l’obiettivo? Se creare nuovo lavoro, non credo sia necessario partire dall’art. 18. Non è cruciale per la ripresa dell’economia del nostro paese. In questo anno e mezzo ho visto molti imprenditori a Montecitorio e nei territori dove passo quasi ogni fine settimana, e la lista delle loro doglianze è lunga: troppe tasse, l’accesso al credito non c’è, infrastrutture non adeguate, manca la banda larga. Raramente, forse un paio di volte su decine e decine, qualcuno ha detto che c’è difficoltà a licenziare. Il problema, più che licenziare, è riuscire a creare lavoro, assumere, sviluppare politiche in grado di far decollare l’economia. Servirebbe più intervento dello Stato nell’innovazione e nella ricerca, con investimenti diretti: questo è volano di nuove assunzioni. Se lo Stato volesse poi sviluppare l’economia verde, questo creerebbe posti di lavoro attraverso la sostenibilità. Qualche giorno fa abbiamo visto in tutto il mondo la giornata del climate change: quante volte vi siete occupati, voi e i vostri colleghi dei giornali nazionali, di questi temi? Rarissimamente, ma si tratta di una tematica cruciale. Per creare lavoro servono politiche innovative e una visione sostenibile socialmente ed ambientalmente: l’articolo 18 mi sembra alquanto irrilevante. Se l’obiettivo è un altro, allora parliamone.
Non sarà contento il premier...
Dico quello che penso, non voglio fare torto a nessuno ma ritengo che l’articolo 18 poteva essere anche un tema non così centrale nella riforma del lavoro. Restiamo in tema di riforme, allora. Giustizia amministrativa, istituzioni, riforma elettorale, pubblica amministrazione, lavoro: dove bisogna insistere per dare un segnale di cambiamento reale e ottenere risultati immediati? Le riforme sono già partite. Quella istituzionale è stata approvata dal Senato, ora ce l’abbiamo noi alla Camera in seconda lettura: sapete che servono quattro letture, lo prevede la Costituzione non è che stiamo perdendo tempo. La pubblica amministrazione? Il decreto è stato approvato, ora c’è la legge delega. Alla Camera ci siamo occupati molto di giustizia (misure alternative alla detenzione, messa alla prova, carcerazione preventiva). Stiamo occupandoci anche di lavoro. È utile fare sia le riforme istituzionali, determinanti perché da troppo tempo si promettono solamente, sia affrontare la grande sfida del lavoro, che è la madre di tutte le emergenze.
Giorni fa un sindaco del Bresciano ha rifiutato di accogliere migranti in arrivo, motivando il rifiuto con la scarsità di risorse del suo Comune. Il prefetto ha requisito strutture pubbliche per ospitarli. Lei conosce bene il tema: come spiega una situazione del genere all’uomo della strada?
Se ci sono guerre e bombardamenti, i civili fuggono: la crisi siriana in tre anni ha costretto 9 milioni di persone ad abbandonare le loro case. Si tratta del 40% dei siriani. Dove stanno? La gran parte è sfollata all’interno del paese, ma 3,5 milioni se ne sono andati. Due anni fa ero ai confini tra la Giordania e la Siria: nel campo di Zaatari, nel mezzo del deserto pietroso della Giordania, arrivavano migliaia di persone al giorno. Ti raccontavano tra l’altro di quegli stranieri molto ben armati che stavano occupando fette di territorio e agivano in maniera violenta contro la popolazione: noi ce ne siamo accorti due anni dopo, quando hanno iniziato a toccare noi occidentali, con una violenza brutale. Quanto accade lontano da noi ha insomma ripercussioni anzitutto in paesi confinanti: in Libano, 4 milioni di abitanti, ci sono 1,2 milioni di siriani (è come se in Italia ne fossero arrivati 14 milioni). Poi ci sono ricadute anche da noi, finora 135mila profughi che vengono da Eritrea, Siria, Somalia, Afghanistan. È chiaro perché scappano, è anche vostro compito, di giornalisti, illustrarlo e renderlo comprensibile ai cittadini. Noi dobbiamo rispettare i nostri obblighi: la Convenzione di Ginevra del 1951 c’impone il non respingimento e l’assistenza delle persone accolte. Non siamo gli unici a far fronte a questa situazione: l’anno scorso in Germania hanno fatto richiesta di asilo 188mila persone. Non possiamo invece far fronte da soli ai salvataggi in mare, perché quella è responsabilità europea e tutti gli Stati dovrebbero fare la propria parte.
Non so se ho risposto alla domanda.
In parte.
Ho allargato la lente perché se vogliamo far capire questi problemi ai cittadini di ogni territorio, è necessario farlo.
Ieri abbiamo sentito a Internazionale il premier Renzi parlare di questi temi. Ha detto, tra le altre, due cose: il soccorso di Mare Nostrum deve continuare, affiancato dall’europeo Frontex Plus, ma se non s’interviene in Libia non si va da nessuna parte. Cosa intendeva secondo lei?
Anzitutto sono perfettamente d’accordo con il premier sui salvataggi in mare: sono molto orgogliosa di Mare Nostrum, è impossibile anche solo immaginare di abbandonarla senza avere un’operazione altrettanto strutturata pronta a subentrare. Ci renderemmo tutti responsabili della morte di tante più persone di quelle già decedute, 3mila solo quest’anno. Frontex Plus deve avere risorse, mezzi e il mandato di fare salvataggio in mare, non si può limitare ad intercettare e chiamare i corpi dello Stato italiano. Ci dev’essere chiarezza su questo punto. Come si fa, però, a ridurre gli affari dei trafficanti di profughi? Dando un’alternativa alle persone che si trovano in Libia e hanno bisogno di protezione. La scelta non deve più essere, per loro, tra giocare alla roulette russa del Mediterraneo o restare in un paese dove non sono protetti. Bisogna dunque fare lì uno screening tra chi vuole attraversare il mare, e trasferire in sicurezza nei Paesi che danno disponibilità chi ha diritto alla protezione.
Bisogna intervenire militarmente?
Ma no, i soldati non c’entrano. Gli organismi internazionali come l’Unhcr hanno già un programma che si chiama “reinsediamento”, cioè fanno loro lo screening per conto degli Stati: selezionano nei paesi di transito. Poi le ambasciate degli altri Paesi dicono quanti ne vogliono trasferire, legalmente. L’anno scorso gli Usa attraverso questo programma hanno accettato 66mila persone, tutti i 28 paesi europei messi assieme 5.500. Se non c’è la volontà politica di porre fine alle morti in mare, non potremo fare molto. Ma se c’è la volontà politica, gli strumenti esistono. Queste persone non possono essere esposte alla morte per cercare asilo: l’Europa non si fonda sulla selezione naturale, ma sul rispetto dei diritti.
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