Riforma del lavoro La Fiom si mobilita nelle fabbriche
«Certamente non saremo spettatori passivi perché la posta in gioco è molto alta: serve un segnale forte nei confronti di governo e Confindustria». Inizia il percorso di mobilitazione indetto dalla...
«Certamente non saremo spettatori passivi perché la posta in gioco è molto alta: serve un segnale forte nei confronti di governo e Confindustria». Inizia il percorso di mobilitazione indetto dalla Fiom per stoppare i progetti di riforma del mercato del lavoro impostati dall’esecutivo e per chiedere una svolta nel campo della politica industriale. Bene la manifestazione del 25 ottobre a Roma che vedrà impegnata tutta la Cgil, dicono i metalmeccanici, tuttavia serve dare corpo e gambe sul territorio all’iniziativa nazionale: ecco confermato quindi un pacchetto di scioperi da calibrare azienda per azienda.
Si parte già oggi pomeriggio per le imprese in appalto al petrolchimico con due ore di stop, venerdì tocca alla Berco di Copparo con analoga durata, quindi lunedì 13 all’ex Tfc di Vaccolino, il 14 all’Imi, il 16 alla Lte; tutto da fissare nelle realtà insediate alla Sipro di Ostellato. «Abbiamo scelto modalità diverse – spiega il segretario generale della Fiom-Cgil provinciale, Samuele Lodi, affiancato dal resto della segreteria - tra cui i presidi e le assemblee in sciopero. Serve un buon passo e prolungato perché sappiamo che le forze in campo a noi avverse sono tante: la manifestazione del 25 non può che essere un punto di partenza».
La crisi economica non accenna a mollare la presa e i governi stanno a guardare, secondo la Fiom: «Al di là degli spot, quello di Renzi non si distingue dai precedenti: i diktat europei rimangono e si agisce solo sulla leva fiscale, un esempio gli 80 euro, ma non si produrrà altro che tagli ai servizi, mentre gli investimenti pubblici e privati rimangono al palo. Per noi andrebbe fatta lotta all’evasione e alla corruzione», sostiene Lodi.
Al centro rimane la contesa sull’articolo 18: «Non va minimamente toccato – dicono i metalmeccanici Cgil - così come ci opponiamo alla possibilità del demansionamento e al controllo a distanza. Siamo davanti all’ennesima riforma, ma dovremmo chiamarlo processo di restaurazione che riduce le libertà e i diritti di chi lavora. Il Tfr in busta paga? Sono soldi dei lavoratori; sì se è scelta assolutamente volontaria, non lo si spacci però per aumento salariale. Se si parla di salario minimo, per noi è quello che recepisce la contrattazione nazionale. Sulla rappresentanza sindacale, poi, i passi in avanti non devono essere merce di scambio».
In questi giorni i contatti con Fim-Cisl e Uilm-Uil ci sono stati ma non ne è scaturita una posizione comune: troppe differenze, «serve massima trasparenza, le cose pasticciate non aiutano», spiega Lodi. E quindi la Fiom per il momento va avanti da sola. (f.t.)
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