Dove sta Ferrara? Tra la palpebra e la coppola
Il commento del direttore della Nuova Ferrara
Mafia. Quaggiù al nord c’è sempre un certo timore nel pronunciare o scrivere questa parola tanto corta e così dirompente. Perché ogni fatto o misfatto che la evoca va afferrato con le pinze finali dell’attività investigativa. Che non immagino come andrà a finire e dove porterà.
Buon lavoro quindi ai carabinieri, alla polizia, alla procura. Ma l’opinione pubblica, e di conseguenza il giornalismo, non hanno pazienza, e dall’alba di venerdì leggono il fatto di San Biagio d’Argenta dal verso del suo peso specifico: dieci camion spargisale messi fuori uso da un paio di ombre catturate dalle telecamere, che hanno mirato giusto. Tutti gli inneschi posizionati negli abitacoli. Trecentomila euro di danni, e il parco automezzi carbonizzato sulla soglia dell'inverno. Obiettivo riuscito: azzoppare l’azienda che era pronta a rispettare gli appalti vinti per tener sicuri e sgombri lunghi tratti autostradali, da Trento a Pescara.
Questa elencazione svelta va connessa al profilo dell’azienda, la “Faro”. Nella cronaca dell’altro ieri fra le righe occhieggiavano queste caratteristiche: 15 dipendenti, fatturato invidiabile, appalti importanti. Tutto sarebbe bastevole per fornire un marchio all'incursione incendiaria.
Un’incursione messa a segno da specialisti, e per la quale i sinonimi sono una selva di probabilità: intimidazione, avvertimento, minaccia, ritorsione. Sentite come questi suoni portano a sistemi criminali organizzati e celeberrimi?
Il prefetto Tortora - che giustamente è in attesa degli esisti delle indagini e non si esprime sul marchio - sollecita i ferraresi a tenere occhi aperti e orecchi pronti per quello che si chiama “controllo del territorio”. Un impegno che dipende solo da noi. Il rappresentante del governo dice che nell’ambito delle penetrazioni mafiose «le isole felici non esistono».
È un allertamento. Anche la presunzione che quello di San Biagio sia un fatto isolato o importato è fragile e non va al di là del nostro naso. Basta scorrere i resoconti di ciò che capita intorno, nelle province vicine dove le organizzazioni criminali non sono in transito o in incursione, ma residenti. Quella appena passata, ad esempio, per la Bassa Reggiana è stata “l'estate dei fuochi”. Nella provincia cugina emiliana gli incendi di automezzi non si sono contati, tutti correlabili a faide tra famiglie e appartenenze per il controllo di affari sul territorio, o basati su quel territorio, quindi con la vocazione ad espandersi. L’Emilia per le mafie è una regione attraente. Soltanto tra il 2004 e il 2013 per l’Agenzia specifica sono stati sequestrati 112 beni (86 immobili e 26 aziende) perché ritenuti acquisiti attraverso attività illegali. Il Ferrarese non è immune. Nello stesso periodo nella nostra provincia i sequestri sono stati 16 tra aziende (due società), e immobili: una casa indipendente, 6 appartamenti in condominio, un fabbricato rurale, 5 terreni agricoli e un terreno edificabile.
Vale la pena di ricordare che la Direzione distrettuale antimafia nel suo rapporto ha ravvisato che il Ferrarese è appetito più che altro dai Casalesi di Caserta, dunque per essere corretti non si deve parlare di mafia, ma di camorra. Ripeto: bisogna parlarne. E se così non fosse per il fatto di San Biagio, grazie al cielo.
Incursione incendiaria. In attesa di conferme dall’attività investigativa, è evidente che l'azienda argentana è stata colpita al cuore, nel suo quartier generale, ma ha appalti, impegni, attività in larga parte d’Italia. Quindi se disturbo c’è stato, questo può essersi concretizzato in qualsiasi cantone del Paese. E i mandanti potrebbero essere di qualsiasi specie. Ciò serve a precisare che le coincidenze geografiche della mafia con la Sicilia, della camorra con la Campania, della 'ndrangheta con la Calabria e della sacra corona unita con la Puglia sono oltrepassate, non reggono più. Gli interessi di queste razze di organizzazioni esondano dal luogo della loro anagrafe. Vanno dove ci sono interessi o bersagli.
L’illustrazione che ho scelto in prima pagina per corredare questa riflessione è importante e contraddittoria. Rappresenta un’Emilia Romagna zoomorfa. Ha le sembianze di un coccodrillo, munito di uno degli attributi di Cosa Nostra, la coppola, Le fauci dentate semiaperte coincidono con l’itinerario della via Emilia. Di conseguenza Ferrara se ne sta sopra, tra la palpebra e la coppola. Non importa se il coccodrillo con copricapo rappresenta una criminalità culturale e un po' folklorica, che invece è professionale, larga, infiltrata, inimmaginata, in camicia. Conta che Ferrara sia finita (per caso) tra la palpebra e la coppola. Cioè in una posizione dove l’ombra, la piega, la ruga, possono far immaginare una nostra marginalità rispetto al fenomeno
. Bisogna parlarne - al di là degli esiti argentani - perché noi abitiamo un luogo tutto sommato tranquillo, largo di terra, discosto dai flussi, dove ognuno fa la sua vita. Piace, non solo a noi.
Stefano Scansani
s.scansani@lanuovaferrara.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google