«Basta catastrofismo, Unife non chiude»
Il rettore Nappi dopo le ultime polemiche sul futuro della facoltà di Medicina: competiamo su uno scenario mondiale
<>«A forza di inviare segnali sbagliati, di fare catastrofismo si finisce per favorire il risultato che si vorrebbe evitare. L’università di Ferrara non rischia di sparire, è inserita in un contesto vastissimo che è la competizione globale e non ha paura del confronto. Chi non vede oltre la posizione da assegnare al primario o al direttore di turno non ha capito o non vuole capire che l’orizzonte non è più l’orticello di casa». Pasquale Nappi, rettore da quattro anni (la proroga scadrà nel 2015 e non potrà ricandidarsi), ha seguito l’aspro confronto che si è acceso nelle scorse settimane sul futuro della sanità e non ha digerito i continui riferimenti al destino della Scuola di Medicina, che dopo la cancellazione delle Province e in una fase di contrazione della spesa dello Stato deve misurarsi - osserva - con scenari sempre più lontani da una visione strettamente localistica.
Eppure otto capi-dipartimento dell’azienda S. Anna hanno lanciato un messaggio a fine settembre paventando lo svuotamento della “sanità e dell’università ferrarese”.
E’ un’ottica molto riduttiva che alimenta un dibattito asfittico. Pochi giorni fa ad Architettura si è svolto un convegno con i partecipanti di 15 nazioni provenienti da quattro continenti. Questo è il palcoscenico internazionale su cui si muove la nostra università. Occupiamo il 351° posto nella classifica che riunisce le prime università del mondo, nel ranking mondiale apparteniamo alla prima fascia, cioè il 3% dei migliori atenei del pianeta. Qualcuno pensa che quella sia una posizione di retroguardia, ma se sapesse che nel mondo ci sono 17.065 università forse quel dato acquisirebbe un significato ben diverso.
Perché allora persistono i timori sul futuro di Unife?
I motivi sono sotto gli occhi di tutti: sottofinanziamento, turn over limitato, crisi del Paese. Questo però non significa che stiamo arretrando. I nostri risultati sono in crescita. Quest’anno supereremo le immatricolazioni dell’anno scorso. Gli studenti ci scelgono. Ma invece di concentrarsi sulle nuove opportunità si continua a battere l’accento su Medicina e sui rapporti con l’Area vasta. Noi comunque non siamo fermi. Abbiamo avviato una progettazione coinvolgendo i direttori delle due aziende sanitarie ma anche il sindaco perché l’università è molto altro oltre a Medicina. Il progetto Unitown punta a rendere Ferrara una città universitaria in senso proprio grazie ad una interlocuzione continua con le istituzioni.
Oggi però il tema è il coordinamento dei servizi e della spesa in un ambito di Area vasta, che può significare Bologna e Modena piuttosto che la Romagna. Lo stesso sindaco sta evidenziando da alcuni mesi i rischi e le opportunità di questo nuovo scenario.
Mi sembra un po’ il dibattito che si è scatenato attorno all’articolo 18. Noi siamo un’istituzione autonoma, nessuno ci può imporre di tenere aperto o di chiudere, solo il Ministero. Alle spalle abbiamo sei secoli di storia, siamo fra le 30 università più antiche del mondo e apparteniamo a un bacino territoriale che comprende istituzioni più antiche dell’Università di Ferrara, come Bologna, Modena, Parma, Padova. In questa Area vasta ci siamo da quando siamo nati, è inevitabile che Ferrara sia inserita in una rete di rapporti e di contatti. Rischiamo di essere assorbiti? Direi piuttosto che abbiamo delle carte da giocare, la nostra offerta è di altissimo livello e a dirlo non sono io. Molti ricercatori della nostra università sono stati inclusi nella lista dei 100 Top Italian Scientists e il Ministero che distribuisce i fondi su base competitiva ci ha riconosciuto risorse che vengono assegnate solo ai migliori atenei. In Friuli e in Romagna, intanto, l’ottica di Area vasta è stata superata con accorpamenti fra aziende sanitarie.
Insisto, dall’area sanitaria giungono segnali di sofferenza.
Gli ospedalieri hanno certamente motivi di preoccupazione. La spending review fa sentire i suoi effetti. L’Università di Ferrara è organizzata su 12 dipartimenti, ai responsabili abbiamo chiesto una programmazione triennale del reclutamento dei docenti per dotarci di uno sguardo più lungo. Nel giro di un paio d’anni il turn over ha potuto essere innalzato dal 20% al 50%, cioè da un docente che entra ogni cinque in uscita a uno ogni due. Trenta posizioni apicali su un totale di 101 sono state riservate all’ambito medico molte delle quali su materie coinvolte in attività assistenziali. Medicina, come ha spiegato il presidente della Scuola, Leonardo Trombelli, ha avuto un ruolo importante nella nostra pianificazione. Ma non dobbiamo dimenticare che ci sono altri nove dipartimenti non sanitari e che la nostra è un’università generalista. Confermiamo un’attenzione particolare per l’area sanitaria, questo sì.
In regione spesso siamo costretti ad osservare gli altri dalle retrovie.
Scontiamo una posizione geografica infelice, la via Emilia ci taglia fuori e così dobbiamo correre più degli altri.
Dove abbiamo più possibilità di restare in pista nell’ambito sanitario?
Qui sugli impianti cocleari siamo più avanti degli altri, offriamo prestazioni di alto livello nell’Ematologia, nella Cardiologia, nella Pneumologia, nell’Oculistica, nel Maxillo-facciale, solo per fare qualche esempio. Abbiamo una Riabilitazione che può raggiungere risultati ancora più importanti. Siamo solidi, quando si continua a ripetere che Medicina potrebbe sparire si fa un’affermazione mortificante per la nostra università e per i suoi ricercatori, e comunque non è vero. In Italia abbiamo 65 atenei, meno che in Francia o in Germania. Perchè dovremmo chiuderli? Abbiamo un indice di laureati tra i più bassi dell’Unione europea. Ci sono obiettivi su cui dobbiamo continuare a lavorare, non piangerci addosso. Siamo pronti al confronto con gli altri. E alle collaborazioni.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
