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E anche l’umanista scoprì la sostenibilità

E anche l’umanista scoprì la sostenibilità

Non solo gli architetti, gli urbanisti e gli economisti alle prese con la materia Intervista alla specialista Paola Spinozzi, studiosa di letterature comparate

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Una forma di internazionalizzazione di alto livello è stato il "Routing Sustainable Development towards a Culture of Wellbing", il simposio che si è tenuto nelle sale di Palazzo Tassoni l'1 e il 2 ottobre.

Lo scambio di vedute, reso accessibile a tutti gli interessati, è stato favorito nei confronti degli studenti; difatti Roberto Bin, coordinatore dello IUSS di Ferrara, e Vincenzo Guidi, prorettore alla sostenibilità, hanno deciso di riservare tre crediti formativi a chiunque si fosse registrato del dottorato, senza distinzione d'indirizzo. E hanno partecipato numerosi, meno i più giovani delle triennali, se si considera il livello di complessità del convegno.

Prima ad aprirne le porte per aprire le menti, è stata la curatrice Paola Spinozzi, studiosa di letterature comparate e, nello specifico, docente di quella inglese.

Professoressa, com'è nata l'occasione del confronto?

«Ha preso vita da una trama esistente, intessuta dai viaggi di ricerca dei docenti stessi. Percorsi paralleli di studio da far coincidere, veri e propri fili da connettere tra loro.

Non è sempre facile allargare i rapporti con i colleghi stranieri: hanno cominciato gli architetti e gli urbanisti, trattandosi di sostenibilità e luoghi dove vivere meglio. Poi sono confluiti gli economisti e a mano a mano gli altri, sino ai più recenti, gli umanisti».

La cultura è arrivata per ultima. Ma non per importanza.

«La quarta colonna è stata la più giovane, siccome le Nazioni Unite hanno focalizzato da poco la rilevanza della biodiversità culturale, nonché gli effetti negativi dell'assimilazione delle culture minoritarie da parte di quelle dominanti. I paesi economicamente più forti, ad esempio, prevalgono sui più periferici, che magari sono costretti a sopravvivere tramite il turismo culturale.

Così l'oggetto della discussione è diventato il mantenimento di un rapporto paritario tra gli uni e gli altri, per preservare tutte le tradizioni locali. Nessuna esclusa».

Perciò è cambiato il concetto di benessere?

«Esattamente. È cambiato il punto di vista, insieme alla tutela della molteplicità umana e alla sua valorizzazione. La concezione di benessere non può essere settoriale, semplificandola alla visuale del più forte e sacrificando ad essa le più deboli. È un pensiero complesso che grazie a storia, filosofia e letteratura, ha riscoperto la matrice della nostra mentalità.

A sottolinearlo sono stati i grandi che hanno immaginato come sopravvivere a situazioni estreme. E lo hanno scritto».

Con 'immaginazione' intende 'creatività', o sbaglio?

«È un appello alla creatività: non basta la razionalità a risolvere i problemi. La letteratura utopica, catastrofista, o post-apocalittica, ha permesso nei secoli di fare passi in avanti.

Alla maniera del sorprendente Herbert G. Wells, che nel 1895 spopolò in Gran Bretagna con il romanzo The time machine, oppure che nel 1901 narrò The first men in the moon.

Attraverso vicende immaginate da singoli che hanno interrogato la realtà collettiva, ci si è avvicinati a condizioni future quasi prevedendole. Superando il presente».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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