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«Un calcio al cancro con i miei cappellini»

Sergio Armanino
«Un calcio al cancro con i miei cappellini»

La reazione alla malattia: ecco come ho reagito alla diagnosi di carcinoma al seno

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Una vita, come tante altre, segnata da passaggi difficili, talvolta drammatici. E una “cura” inventata, per poter affrontare i guadi più impervi. La mente umana è ricca di risorse, spesso oltre la nostra stessa immaginazione, ma a volte basta anche poco, un’idea brillante, un appiglio inventato e al quale aggrapparsi stretti, per non cadere nel precipizio della disperazione, della depressione, del dolore.Sono alcune sfumature di questa vicenda umana, che Odette Piola - personaggio pubblico, ma anche donna privata - ha accettato di raccontarci. In due parole crude e crudeli, è la cronaca di cos’è stato il suo rapporto con il cancro.
Il volto di Odette è noto a Ferrara è in tutta Italia, da quando ha partecipato alla trasmissione di Canale 5 “Uomini e donne”, striscia quotidiana del pomeriggio condotta da Maria De Filippi: «Fu una partecipazione casuale, in un altro momento della mia vita del tutto particolare. Era l’autunno del 2010, ero separata da mio marito da 4 anni e da poco avevo perso la mamma, quindi ero un po’ triste. Le mie colleghe al lavoro mi spinsero a fare richiesta di partecipazione: alla fine mi lasciai convincere e mandai il modulo tramite il sito internet della trasmissione. Dopo due giorni mi chiamarono, mi fecero un’intervista telefonica e la settimana seguente, senza nemmeno un provino, mi convocarono a Roma per partecipare alla trasmissione. L’ho presa con lo spirito giusto, come un divertimento e un’esperienza diversa, per distrarmi: dopo 4 mesi, però, mi ero stufata e a gennaio del 2011 smisi di andarci».
Già, perché non finisce tutto con la trasmissione: «La televisione - spiega Odette - ti dà una popolarità enorme. Dopo che ero comparsa in tv mi arrivavano centinaia di richieste d’amicizia su Facebook, dove ho due profili e circa 9.000 amicizie, stava diventando sin troppo impegnativo».
Un primo segnale sul carattere di Odette, però, l’abbiamo colto: il suo atteggiamento di fronte alle avversità della vita, il suo modo di reagire. Un paio d’anni più tardi - e siamo al mese di maggio del 2013 - la vita le ha riservato una prova ancora più dura.
«Una notte mi sveglio, un ciondolo che porto al collo mi si era conficcato nel seno e mi fa male. Dopo qualche giorno sento dolore al braccio e prendo degli antinfiammatori, convinta che sia un effetto collaterale dell’età che avanza. Il dolore, però, torna: controllo e sento un nodulo al seno, proprio nel punto in cui il ciondolo mi aveva lasciato un livido. Dopo un paio di settimane faccio una visita specialistica e già in quell’occasione il medico mi dice che ci sono pochi dubbi sulla diagnosi, comunque c’è da attendere l’esito degli esami. Aspetto, passano i giorni, intanto inizio a pensare a cosa mi potrà capitare. Ho avvertito i miei figli di quello che mi stava succedendo, chiarendo subito che comunque non volevo farmi condizionare la vita».
Due settimane d’attesa sono lunghe, la mente di Odette è attraversata da mille pensieri, tutti rivolti alla terribile prospettiva che le si può parare davanti: «E la diagnosi fu carcinoma infiltrato di due centimetri e mezzo. Anche in quel momento la mia reazione fu netta: decisi che mi sarei curata, certo, ma che avrei ignorato quel male e avrei continuato a vivere senza farmi condizionare dalla sua presenza».
Non semplice, visto che comunque la quotidianità di Odette cambiò subito, anzi tutto perché era a casa dal lavoro: «Infatti, mi impegnai subito con le mani per non esserlo con la mente: mai fatte così tante marmellate in vita mia!».
Ma i conti con il cancro bisogna comunque farli bene e in fretta: «Le cure le ho fatte tutte all’ospedale di Cona, non ho mai pensato di andare altrove: dal punto di vista umano, prim’ancora che professionale, ho incontrato persone stupende».
E arrivò il giorno del primo intervento chirurgico: «Prima di entrare in sala operatoria abbiamo anche riso e scherzato: la sera prima avevo ripassato con il pennarello i segni che mi avevano fatto nei punti dove sarebbe intervenuti, temevo che, avendo fatto la doccia, si fossero cancellati... Così mi tolsero il linfonodo sentinella, quindi ripresi la mia vita, molto attiva».
In attesa della diagnosi definitiva: «Che fu positiva, non c’erano metastasi, quindi si escludeva l’intervento più invasivo, ma “solo” l’asportazione del carcinoma. Però, mi dissero che comunque avrei dovuto sottopormi a chemio e radio terapia: oltre a stare male, con la chemio perdi i capelli e questo fa altrettanto male: comprai subito una parrucca, poi andai dal parrucchiere e mi feci rasare a zero».
Il tutto, senza versare una lacrima: «No, non ho mai pianto, eppure mi commuovo guardando un film...».
Odette reagisce, a modo suo, come già sappiamo: «Ho deciso di trovarmi qualcosa da fare, per non pensarci. Mi sono sempre piaciuti i cappellini... Mi dovevo mettere la parrucca, ma, come lo vedevo io che non erano i miei capelli, lo vedevano anche gli altri. E poi le parrucche costano tantissimo, 3-400 euro, ma anche mille: quando andavo a fare la chemio vedevo tante donne, anche anziane, con la bandana o il foulard in testa e non lo trovavo giusto: i capelli, per una donna, sono importanti. Allora, proprio io che al massimo sapevo attaccare un bottone con ago e filo, mi sono comprata una macchina da cucire, l’ho messa in camera da letto e mi sono messa a fare cappellini e berretti. Andavo a fare la chemio, tornavo a casa e mi mettevo a lavorare: un po’ per me, un po’ per le altre donne nella mia stessa condizione, sia per il motivo pratico, sia per quello psicologico dovuti alla caduta dei capelli. Sì, perché superare la fase della chemio è peggio dell’intervento».
Ecco la nuova distrazione di Odette, il suo modo di esorcizzare il male: «Oltre a tagliare e cucire, andavo in giro a cercare le stoffe e le passamanerie, non è facile trovare i materiali. E chiedevo alle mie amiche di misurarsi il giro-testa, per fare cappellini per loro».
Ed è nata così la linea “Cocò chapeaux”: «Il nome non ha nulla a che vedere con Cocò Chanel, ma prende il nome dal mio cagnolino, che è stato la mia compagnia notte e giorno quando stavo male. Adesso ho la brochure della linea (rintracciabile sul suo profilo Facebook, ndr), e spero di trovare il modo di venderli, magari in un negozio di abbigliamento qui a Ferrara: se ci riuscirò, una parte andrà devoluta all’Andos (Associazione nazionale donne operate al seno), così le donne potranno comprarsi una parrucca...».
Odette chiude con due sogni: «Vedere le mie creature “a spasso” per la città e far arrivare il mio messaggio alle donne malate di cancro: curatevi e ignorate il male, tenetevi occupate. Per me, in questo modo, un periodo bruttissimo della mia vita, così è stato brutto a metà».
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