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COMACCHIO

Come ti sbatto fuori una città

Il commento del direttore Stefano Scansani

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Lo strappo di Comacchio è partito con un’anguilla in padella ed è finito con l’espulsione di massa alla brace. Se proprio vogliamo condensare l’accelerazione della grande eresia dei grillini di Comacchio bisogna risalire all’intervista che il sindaco Fabbri mi ha rilasciato domenica 5 ottobre, inaspettatamente, alla Sagra dell'Anguilla. Sotto il tendone il primo cittadino faceva il cameriere e, a quanto pare, il fuoco era pronto.

Le dichiarazioni di Fabbri sono uscite sulla Nuova il martedì successivo con tutto il baccano che ne è seguito, e il profetico “vaffa” in contropiede, rimbalzato dalla laguna in direzione di Grillo e del reticolo di regole laser del movimento, che non si muove. Grillo ieri, con la comunicazione-schiaffo contenuta nella offensiva deminutio di un post scriptum non ha cacciato fuori solo Fabbri e la sua lista, ma l'intera Comacchio.

Beppe il fulminatore, custode delle tavole della legge pentastellata, punisce il disobbediente e manda a ramengo l’esperienza amministrativa di una città. Il limite miope, monoculare e autodistruttivo del movimento sta infatti nella inconciliabilità fra dottrina e pratica, cioè tra l’astrazione oppositoria e il fare.

Mi spiego in un altro modo: il giovane Fabbri è nato 5 Stelle, ma è cresciuto facendo il sindaco. Avrebbe potuto restare quello che lui stesso immaginava e ciò che i papaveri M5S pretendono? No. Fabbri, in quanto sindaco di Comacchio, ha il dovere e la pretesa di rappresentare tutti, parlare e trattare con tutti: pescatori, villeggianti, imprenditori, nemici acerrimi, imprenditori incalliti, pensionati, democristiani di ritorno, comunisti eterni, giornalisti addirittura, ministri della Repubblica perdinci. Fabbri ha fatto questi peccati mortali.

Ma il sacrilegio è doppio: si è impossessato dell’arma sterminatrice “vaffa” di esclusivo utilizzo di Grillo per dire a Grillo che non doveva mettere naso nell’amministrazione, nel presente e nella marcia di Comacchio. Se Fabbri e i suoi non avessero partecipato alla lista per la nuova Provincia, e il sindaco mercoledì non fosse entrato nel governo del Castello Estense, Comacchio sarebbe rimasta al largo con le sue anguille e il suo sale (ormai rarefatti).

La non partecipazione attiva alle sorti del territorio avrebbe introdotto Comacchio nel suo essenziale scafandro museale: la sala dei marinati. E lì conservarsi così com’è, isolata e immota, in æternum. Un sindaco (qualsiasi sindaco) per rappresentare la sua comunità in altre sedi non deve e non può aspettare che il movimento o il partito a cui appartiene conquisti il 51 per cento. Un primo cittadino grazie al cielo deve contaminarsi (non corrompersi), attraversare, esserci, pigliare decisioni immediate, contraddittorie, brusche, spiacevoli, non in linea.

A Comacchio come a Parma. Vien da credere che gli ex grillini comacchiesi se la sono andata a cercare. Giuro che nelle ultime settimane Fabbri e i suoi hanno avuto la cera di chi non vedeva l’ora di farsi defenestrare. Tutte le cose insieme: sfogo, liberazione, respiro. Adesso tocca a loro non deragliare, stare sopra interessi, speculazioni e pressioni, non cascare nelle trappole dell'autonomia e del campo aperto. Oppure - la storia si ripete - saranno i comacchiesi a dire loro “vaffa”.

Stefano Scansani

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