La campagna più molle che c'è
Elezioni regionali: Bonaccini corre come un matto tra comizi e feste, Fabbri è il Salvini della situazione, si rivolge agli istinti e dà colpi bassi
FERRARA. Molle. È l’aggettivo giusto per descrivere questa campagna elettorale. Pare essere così dal punto di vista dell’elettorato che ieri, in bici e con sportina, nella Ferrara del lunedì di mercato, ha risposto alle domande della Nuova: Sa per chi si vota il 23 novembre? Sa quando si vota per la Regione Emilia Romagna?
Più che le risposte latitanti e nebbiogene, deve far riflettere il disimpegno e il disincanto. Il contrario della responsabilità civica, della fiducia nei partiti o movimenti, della consapevolezza del cittadino protagonista nella macchina politica. Proprio il disimpegno e il disincanto sono quegli stati d'animo così ingombranti che non entrano nell'urna elettorale, ma incarnano la bestia nera dei partiti e dei movimenti in corsa: l'astensionismo. Loro lo sanno benissimo e ne hanno un inesprimibile timore. Per primi il Pd e il centrodestra, che non piglio a caso, essendo nell'ambito nazionale i due blocchi maggioritari (tolti i grillini che serbano sempre estreme sorprese).
Dall'ipotizzato astensionimo del 23 novembre i democratici nutrono il motivato timore di veder stingere le percentuali emiliane e più che altro ferraresi sempre premianti. Va reso merito ai due tandem dei candidati del Pd di zigzagare per la provincia con ardore e vigore: da una parte la biposto segretarial-ortodossa di Calvano e Zappaterra e da quell'altra quella dei renziani scatenati Zaghini e Tagliani. Anche l'aspirante presidente Bonaccini gira che è un piacere dal Piacentino al Delta, correndo come un matto tra comizi, feste, incontri e predicando lavoro e buon governo.
Mentre il centrodestra sta cozzando contro un fatto nuovo: il leghista rampante Alan Fabbri non intesse relazioni con borghesie o latifondisti conservatori, non cannoneggia contro il comunismo che impera (direbbe Berlusconi), cioè non fa una propaganda forzista tutta coro e coccarda. Ma è il Salvini della situazione, ruspa, raspa, dà colpi bassi, si rivolge agli istinti. Il sindaco di Bondeno - che non ci ha ancora spiegato che succederà nella sua città se verrà eletto a Bologna - dice e compie cose "scientifiche". Non per nulla da Roma gli è stato spedito al fianco un personal trainer che per esperienza, provenienza e anche cognome la dice lunga sulla tattica: Filippo Manvuller da Piacenza, responsabile dell'ufficio stampa del gruppo assembleare Lega Nord Padania Emilia e Romagna. Fabbri vuole rimandare a casa loro i profughi, chiede che per i rom siano previste corse specifiche dei bus e intanto va a visitare un loro campo (ieri a Bologna), gira nel Reggiano per proporsi come raschiatutto, anche delle infiltrazioni mafiose in quella provincia. Là, Fabbri, ha praticato una manovra che non è folklorica e naif, ma studiata a tavolino: intorno al collo della statua in bronzo del sindaco Peppone ha annodato il fazzoletto verde ramarro della Lega.
Apriti cielo. Il codino autonomista che rappresenta la carovana berlusconiana si è impossessato di un'icona veterocomunista. «Secondo voi Peppone, che era un comunista convinto, sarebbe contento di avere un democristiano come Renzi al governo o forse preferirebbe la nostra Lega?». Detto fatto quell'istantanea è diventata l'icona fabbriana contrapposta all'immagine che Bonaccini ha scelto per i suoi messaggi twitter: lui con il premier. Storie servite con astuzia. Mentre il candidato Pd alla presidenza della Regione, in giacca e cravatta, sembra voler dichiarare il suo credo renziano e la sua adesione a una politica di rinnovamento moderno e lesto; Fabbri spacca, si prende Giovannino Guareschi e porta via (per un attimo) la statuina più cara all'immaginario conflittuale emiliano.
Risultato spiegato alle pance (contrario degli intelletti): se Bonaccini sta col democristiano Renzi, io sto col comunista Peppone che voterà per me... Al riguardo Fabbri ne sa qualcosa, anche perché non sarebbe stato indenne da qualche sirena che lo avrebbe voluto nelle file del Pd non più di qualche mese fa.
Stefano Scansani
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