Omicidio Branchi, 26 anni di sussurri
La Nuova nel Padovano in cerca del parroco che ha raccolto le confessioni di chi conosceva Willy
Manca da quasi 15 anni da Goro. Lasciò il paese a fine 2001 dopo avervi trascorso 30 anni di vita pastorale, come parroco del paese. E in quei 30 anni vissuti a Goro e dintorni ha potuto raccogliere confidenze, racconti, sussurri.
Oggi vive nel Padovano e continua la sua missione pastorale come guida delle parrocchie di Correzzola, avendo in carico cinque chiese assieme ad un altro sacerdote. Don Tiziano Bruscagin ha 74 anni e abita nella canonica della frazione di Villa del Bosco, ma nè qui nè nelle altre chiese della sua parrocchia non c’è.
Non si trova e non lo abbiamo trovato: «Assente per motivi familiari», dicono in paese. Lo volevamo incontrare perché avremmo voluto che lanciasse un appello ai cittadini di Goro, che li scuotesse contro l’omertà che lui stesso aveva vissuto sulla propria pelle dopo la tragedia di Willy Branchi che aveva appena 18 anni.
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Volevamo da lui parole di sostegno alla famiglia del ragazzo morto, una famiglia che cerca la verità sull’omicidio di Willy e che ha scritto una lettera profonda e coinvolgente a Papa Francesco, tentando in altro modo di scuotere coscienze e bucare il muro d’omertà.
Perché è bene rammentarlo, don Tiziano, pastore delle anime avvelenate di Goro in quegli anni dopo il lontano 1988, potrebbe essere la chiave per risolvere i misteri della morte di Willy Branchi. Del resto, in questi decenni anche gli inquirenti fecero riferimento spesso a lui, ai possibili segreti raccolti nella sua chiesa e nel suo confessionale a Goro.
Ma lui, proprio per questo ha sempre opposto il segreto confessionale che il diritto canonico fa ergere contro tutti e tutto, anche per tentare di risolvere un caso di omicidio. I segreti di don Tiziano, però, negli anni - poichè altro non erano che confidenze del paese, di tanti o pochi che sapevano, e di altrettanti sussurri - erano stati raccolti ugualmente tra la gente dagli inquirenti. Inquirenti che presero tuttavia «una cantonata inqualificabile», dice una fonte confidenziale a la Nuova Ferrara, nell’accusare Valeriano Forzati della morte di Willy Branchi.
E da allora, dopo aver archiviato la posizione di Forzati - pluriomicida del Laguna Blu, 4 morti alle spalle e ucciso in un carcere a Buones Aires - pochi altri atti vennero eseguiti per dare un nome e un volto a chi uccise Branchi. La cantonata di Forzati Forzati fu l’uomo sbagliato nel posto giusto: la sera della morte di Willy, lui e il ragazzo mangiarono insieme, occasionalmente, nella pizzeria Biolcati del paese.
Una volta usciti, vennero visti per l’ultima volta insieme e da lì nacque la ‘leggenda’ di Tango-Forzati, assassino spietato del ragazzo. Accuse poi sciolte come neve al sole nell’arco di un paio di mesi, perché Forzati venne scagionato del tutto: era sì l’uomo sbagliato, ma il capro espiatorio perfetto. Gli inquirenti di allora fecero molti errori: ma è facile giudicare, oggi come accade spesso nei casi giudiziari che si vogliono riaprire, commentando a posteriori e rileggendo gli atti del passato.
Probabilmente non vennero nemmeno aiutati dal paese e dai timori, anche della famiglia, che emergessero gli strani giri in cui Willy Branchi era coinvolto, quegli incontri omosessuali che da sempre e anche oggi - soprattutto - vengono posti come possibile movente della sua morte. Gli incontri omosessuali Forzati dipinto come assassino era la pista più facile e sbrigativa, ben più intricato e imbarazzante sarebbe stato indagare su chi partecipava a quegli incontri e su chi, pur sapendo, ha sempre fatto finta che non fossero mai esistiti.
L’omicidio di Willy Branchi è tutto qui: e la ricostruzione dei fatti è già vergata negli atti dell’inchiesta ormai impolverata dagli anni. Una ricostruzione che parla addirittura di una decina di persone coinvolte, a vario titolo e in diverse posizioni, anche in quegli incontri, oppure che hanno aiutato chi uccise o che sapevano e non hanno mai detto nulla.
Un movente chiarissimo Il movente della sua morte sarebbe riconducibile a tutto questo: lui al centro di incontri morbosi e sessuali, avrebbe voluto dire basta e minacciò di svelarlo a familiari e al paese: pagò con la vita, per questo. E chi lo uccise, ancora oggi vive, lavora e continua a far finta di nulla.
Ipotesi investigative proposte negli anni, supportate da fonti confidenziali degli inquirenti, ed eventualmente i prossimi atti dovranno - se sarà possibile - confermarlo o smentirlo. Willy - è stato detto a lungo - quella sera venne visto un’ultima volta con Valeriano Forzati. In realtà altre circostanze e testimoni, secondo quanto appreso da la Nuova Ferrara, dicono che Willy venne sentito parlare e poi urlare e quindi zittirsi all’improvviso, nei pressi del paese. Poco distante, probabilmente dal posto in cui venne ucciso. Con una pistola ammazza-maiali, questa una delle poche certezze che venne cristallizzata dagli atti dell’inchiesta del 1988. Una pistola micidiale Gli spararono alla testa, con quell’arma micidiale, un punzone sparato a velocità impressionante, che poi rientra nel corpo della pistola, e che serve per uccidere i maiali in modo del tutto indolore. Chissà se accadde lo stesso per Willy. Il foro che venne repertato dai medici legali era incontrovertibile. Ma chi poteva avere il possesso di un’arma del genere se non chi la usava per lavoro? È possibile che chi lo uccise l’avesse in tasca, occasionalmente? Ipotesi del tutto ridicola, chi lo ha ucciso lo ha fatto in un luogo in cui quella pistola era a portata di mano: e da questa circostanza erano partiti allora, e poi in seguito, gli inquirenti.
I complici di chi ha ucciso Ma chi ha ucciso ha potuto far tutto da solo? L’omertà di 26 anni non ha ancora permesso di dare un nome e un volto a chi ha premuto quel grilletto e poi ha massacrato di botte il povero ragazzo. Ma chi ha ucciso, è ormai certo, in un secondo momento potrebbe essere stato aiutato da altri. Il cadavere spostato A far cosa? A spostare il cadavere del ragazzo, spogliato e denudato, trasferendolo dove venne trovato, dopo aver distrutto i suoi vestiti che gli inquirenti di allora cercarono invano anche nella discarica del paese. Willy venne ucciso in un posto (solo ipotizzato finora) e poi gettato come un cencio, nudo e sanguinante, a ridosso dell’argine all’entrata del paese di Goro.
Qui lo trovarono la mattina del 30 settembre 1988, dopo che scomparve quella notte: uno dei primi a vederlo in quelle disgraziate condizioni fu proprio don Tiziano, poi tanti altri. Una stringa sospetta Un elemento inquietante mai emerso finora pubblicamente - da quanto ha appreso la Nuova Ferrara - è riconducibile ad una stringa di scarpa, che era nel luogo in cui venne trovato Willy. Bene, secondo testimonianze acquisite, il giorno dei funerali - nel lontano ottobre 1998 - una persona indossava scarpe con due stringhe diverse e una di queste sarebbe potuta essere simile a quella trovata dove c’era il corpo di Willy.
Solo suggestioni? Può darsi, ma nessuno ha mai fatto verifiche su questa circostanza. La bicicletta ritrovata Così come per l’indizio della bicicletta che usava Willy: altro elemento importate per l’inchiesta fu infatti il ritrovamento della sua bici, diversi giorni dopo la sua morte, nei pressi di via Garibaldi, probabilmente vicino al punto in cui incontrò il suo assassino o i suoi assassini. Dopo 26 anni, si sta cercando di dare a questa ricostruzione un senso giudiziario, cercando riscontri a ciò che già si sa, che si è sempre saputo, sussurrato e che non è mai stato congelato negli anni, in atti giudiziari, per portare ad emettere provvedimenti a carico di chi ha ucciso, chi ha aiutato chi lo fece, chi sapeva e non ha mai parlato. Bucare l’omertà Gli inquirenti negli anni non si sono mai fermati nella ricerca della verità: tanti gli atti eseguiti nei decenni scorsi, pochi quelli conosciuti. In quegli atti, ci sarebbero anche nomi. Mancano conferme, prove: chi sa parli, allora, a Goro. È questo il momento.
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