La Nuova Ferrara

Ferrara

il mistero di goro

<La verità su Willy farà molto male>

Daniele Predieri
&lt;La verità su Willy farà molto male&gt;

Il fratello del ragazzo assassinato 26 anni fa chiede di riaprire l'inchiesta

6 MINUTI DI LETTURA





Accarezza il cippo sull’argine del Po, tra il paese e il cimitero, dove la mattina del 30 settembre 1988 venne trovato il fratello, Willy Branchi, 18enne appena più grande di lui di una manciata d’anni, sfigurato e poi sfregiato con un colpo di pistola per maiali. Ed è come se accarezza il suo viso, «massacrato, dovevate vederlo», ricorda andando a scavare nei suoi terribili ricordi. Trattiene la commozione, mentre parla, poi accompagnandoci al cimitero, si lascia andare davanti alle tombe del fratello, quando manda un bacio alla sua foto, alla lapide del padre e di altri familiari, tra i tanti la zia, ‘nonna’ Ida. Luca Branchi è un uomo indurito dalla vita, «dai tanti guai che ho avuto, e tutti mi hanno sempre chiesto come faccio a restare calmo». Ma è determinato. Perché la calma, spiega, è oggi la sua forza, per riaccendere la luce spenta sull’omicidio del fratello, dopo 26 anni, e anche sulle verità scomode e sempre nascoste sulla sua morte: «Se verrà fuori, la verità non mi farà male, anche quella più antipatica, che venga fuori però. Credo farà male a qualcun altro, farà male a Goro».

Perché allora, solo adesso, dopo 26 anni, questa ricerca affannosa della verità? E perché non prima in tutti questi anni?

«L’ho sempre cercata - e rispondendo Luca Branchi, è come se avesse davanti il paese, come se volesse spiegarlo a tutti -, ma in tutti questi anni tra problemi familiari ed economici non ho mai avuto la testa libera per concentrarmi sulla memoria di Willy: poi un anno fa ho incontrato una persona, ne ho conosciute altre e mi sono messo dietro a tutto questo. E piano piano si è mosso qualcosa, si sta muovendo qualcosa».

E perché anche il paese, si è svegliato solo adesso? «Il paese è con me, con noi che stiamo cercando la verità, ci sta dando una mano a cercarla: io non so se qualcuno che ha fatto qualcosa sia di Goro o no, si è sempre detto tanto sulla morte di mio fratello solo voci, e anche io ho cercato tanti anni fa di far riaprire le indagini».

«Era il ’97/’98 - rammenta Luca Branchi - avevo provato a chiedere di riaprire il caso, ma voi sapete quanti soldi servono per farlo, tanti, poi, da lì fino al 2003 i tanti problemi e i tanti guai che ho avuto non mi permettevano di avere la testa libera per pensare a quello che c’è qui», si ferma, accarezza il cippo ed è come se volesse parlare a Willy. Come per dirgli che oggi, finalmente, si può cercare la verità per la sua morte. Ma la verità può far male, lo sa Luca Branchi, perché indagine e ipotesi investigative fatte negli anni e che poi hanno preso quota oggi, parlano di incontri omosessuali tra Willy e alcune persone, dietro pagamento. «Io non so cosa ci sia sotto, so che allora, nel 1988 nessuno immaginava quello che sta emergendo, nessuno che sia venuto a dirci quelle cose lì. Si deve pensare a Goro com’era nel 1988, un paese non facile da vivere e viverci, e allora la pista più facile dopo la morte di Willy fu quella di Valeriano Forzati , tutti inseguirono quella ipotesi, anche io stesso ci credevo, poi il silenzio, enorme: ripeto, nessuno che venne mai a dirci guardate che c’è dell’altro. Io ricordo di quell’indagine iniziale dopo la morte di Willy, le domande che facevano a noi familiari, io che era tenuto sotto controllo, mio padre cui chiedevano se avesse debiti e se poteva esser stata una vendetta su di lui o qualcuno di noi la morte di Willy. Tutti dicevano è stato Forzati, poi, si fa presto a dire che si sbagliò tutto, ma se i carabinieri restarono qui a Goro sei mesi in borghese e non trovarono nulla, cosa potevamo fare noi!» Ripartiamo allora da zero, dimenticandoci il passato, e considerando come verosimile (e da dimostrare) questa possibile verità, una ipotesi su cui stanno lavorando gli inquirenti. Tutto ruota attorno al fatto che Willy aveva disponibilità economiche non giustificate, aveva sempre capi d’abbigliamento nuovi e comperati da poco. «Anche questa - spiega Luca- è una voce sentita da sempre in paese. La posso spiegare così: noi avevamo una zia, ‘nonna’ Ida, che stravedeva per Willy, era lei che gli dava i soldi, e poi onestamente io tutta quella roba lì non la vedevo addosso a mio fratello. Willy era una persona pura, ingenua. Se domandate in giro per il paese che tipo fosse Willy, chiunque vi direbbe che non ha mai litigato con nessuno. Ingenuo sì tantissimo: era un ragazzo, tanto per capirci, che se vedeva Forzati e lo sentiva parlare, gli dava una pacca spalla e gli diceva di star zitto. Può darsi che Willy si sia ribellato a qualcuno, non lo so, non posso saperlo, e me lo diranno il mio legale e il mio investigatore che stanno svolgendo indagini per sapere una volta per tutte cosa possa esser successo». E dire che a Goro se accadesse qualcosa, è difficile tenerlo nascosto. «Goro è un paese di mare, che vive di notte perché i pescatori escono di sera: come mai nessuno vide nulla quella sera di 26 anni fa, è possibile che sia accaduto questo?» Nessuno vide, nessuno parlò nè allora nè oggi, solo fonti confidenziali o anonime sugli incontri omosessuali. Ma non è proprio così: perché come ha appreso la Nuova Ferrara, il movente di incontri omosessuali era vergato da 18 anni negli atti dell’indagine che seguì, proprio a cavallo degli anni in cui Luca Branchi chiedeva di riaprire l’inchiesta: poi, anche allora si fermò tutto.

«Forse perché, come ci disse qualcuno, ci sono famiglie di serie A e di serie B» si chiede amaramente Luca Branchi. Forse ma non solo.

Ma quel movente è davvero la pista più importante da seguire: «Dopo che è uscita la storia degli incontri omosessuali tutto è scoppiato a Goro, sono arrivati valanghe di indizi, lettere, foto, giornali dell’epoca e abbiamo scoperto questa situazione. Ma ripeto ho sempre sostenuto ci fosse Forzati dietro tutto, pensare all’esistenza di certe cose è davvero impensabile. Io sono nato a Goro e a voi mùrir chì, perchè so goranto».

Proprio per questo, fa ancor più paura percepire che chi ha fatto cosa possa essere di Goro. «La percezione che quel qualcosa che è accaduto sia stato fatto da qualcuno di Goro per me è devastante, ma posso dire che la percezione c’è. Fate i conti che io potrei aver costruito la casa di quel qualcuno, potrei aver preso il caffè con lui e allora mi dico, Luca non ha mai capito un cazzo tutta la vita». Ma è lì che si deve andare a cercare. «Sì, ho letto di don Bruscagin e il vostro articolo, lo dissi tanti anni fa io stesso ai carabinieri che si doveva cercare lì da lui». Ma cercare dal pastore dell’anime avvelenate di Goro di quegli anni è impossibile: i segreti sono blindati. Per questo ha scritto una lettera al Papa? «Non so come mi è venuta fuori, l’ho fatta anche correggere - dice schermendosi -. Ho pensato a Papa Francesco per la sensibilità che ha, mi piacerebbe che all’Angelus facesse il nome di Willy». «La lettera l’ho scritta con il cuore, ma non voglio venga resa pubblica se non in parte per ciò che è già stato fatto. La tengo per me, la mia speranza è che mi risponda, che sarebbe bello basterebbero poche parole. Gli ho scritto di Willy e della sua morte, gli ho scritto che non voglio vendette, gli ho detto che c’è gente che dopo 26 anni vive ancora con il peso della morte di Willy sulla coscienza. E questa è già una condanna, ma non basta, voglio la verità che farà male». A tanti.

Daniele Predieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google