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LA DOMENICA

Sabbie mobili, un talento italiano

di Stefano Scansani

Il commento del direttore della Nuova Ferrara

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Domanda immaginifica a sorpresa: se Renzi dovesse gettare la spugna, dire “arrangiatevi”, oppure esaurire la sua spinta propulsiva (come diceva Berlinguer), che si fa? Le immaginabili risposte sono politiche, elettorali, tecniche, acrobatiche, di parte. Ma non sono l’obiettivo di questo ragionamento domenicale, perché quel che mi preme descrivere è la sabbia mobile. Cioè la maniera di come l’Italia fa fuori il nuovo, buono o cattivo, atteso o deprecabile che sia: asfissiandolo. Ribalto quindi l’analisi. Lascio perdere il gradimento sull'ex enfant prodige di Firenze, per guardare all'antropologia culturale nazionale che lo circonda.

Pensateci: soltanto undici mesi fa Renzi trionfava nelle primarie con il 68 per cento e si prendeva il partito. In febbraio soffiava il posto a Letta. In maggio vinceva indirettamente le europee con un consenso pari al 40,8 per cento. Inarrestabile. Ma in questo preciso istante prende botte a destra e a manca (sinonimo di sinistra), rischia di passare come il nemico dei lavoratori, l'attaccabrighe d'Europa, il socio di Berlusconi e, innanzi tutto, un astuto motivatore e colui che tanto ha promesso e niente ha fatto. Niente. Mezze cose. Riformine.

Provo a suscitare un dubbio provocatorio: e se invece gli fosse impedito da ogni cantone? Gli fosse negata qualsiasi manovra? Ecco qui la sindrome della sabbia mobile, nella quale negli ultimissimi tempi sono andati calando e sparendo Monti e Letta. Premier postberlusconiani che erano stati salutati come fautori dell’evo nuovo. L’antropologia culturale nazionale addirittura aveva ravvisato in Monti l’immagine della normalità, elevando il suo loden a monumento tessile del viver sobrio, poi impallinato. Le accuse: filobancario, fautore della linea Fornero, pericoloso per i pensionati e il Pdl che gli revocò la fiducia (Berlusconi: «Basta con la sospensione della democrazia!»). Poi toccò al vellutato Letta, accolto come il restitutore della sinistra moderata a Palazzo Chigi, immediatamente cannibalizzato dai renziani e bocciato da Confindustria per l’estrema lentezza nelle decisioni sullo sviluppo economico.

Ora, a sua volta, Renzi è cannibalizzato dai tradizionalisti del Pd e bocciato dalla Cgil per l’estrema rapidità nelle decisioni sul contratto del lavoro. È il guizzo italiano che dalla sfolgorante e speranzosa novità cala inesorabile nella sabbia mobile. Prendo di peso da Wikipedia la definizione, così, tanto per intendere la metafora: le sabbie mobili sono costituite da una massa di sabbia fine, più o meno satura di acqua, caratterizzata da una debole capacità di sostenere pesi. Traduzione: la sincera volontà del paese è satura di conflitti e difese di categorie, caste e lobby e quindi non è in grado di accettare riforme. Ecco perché all'inizio di questa riflessione ho messo in chiaro: non mi infilo in un giudizio politico, ma in una valutazione d’antropologia culturale.

Il Paese solare è divenuto il Paese lunatico, mai più di buon umore, in grado di demolire per istinto conservativo il cambiamento. A fronte di questo fenomeno resta unicamente da stabilire su quale altro carro salirà o cercherà di farsi trainare il popolo dei politici ambulanti, una volta indebolito al punto giusto Renzi. Per poi replicare l’operazione la quale, però, a lunghissimo andare troverà esaurimento. Come? Una soluzione è nell'ultimo ritornello di una canzone del rapper italiano Marracash: “No non agitarti, resta immobile, puoi metterci anni, e guardare il paese che... affonda nelle sabbie mobili”.
Stefano Scansani

s.scansani@lanuovaferrara.it
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