Branchi, nelle carte c'è già tutto
Il procuratore riapre l'inchiesta. Resta il rebus delle indagini sospese nel '96
È sorpreso e quasi incredulo. E chiunque lo sarebbe di fronte ad una inchiesta che per 26 anni è rimasta ferma, non si è mossa, nonostante la verità (presunta, è ovvio) fosse già scritta su pezzi di carta che ora vengono fuori dagli armadi, uno dopo l’altro. Con sorpresa e incredulità sembra quasi nascondere la consapevolezza che l’impresa è quasi titanica: perché ora sarà lui, il capo della procura cittadina, Bruno Cherchi, a dire se la verità proposta nel lontano 1966, con un movente chiaro e i nomi di chi aveva ucciso Willy Branchi e poi coprì quel delitto, era quella giusta oppure no. Una verità inseguita da tutta Goro e che ora potrebbe uscire dall’inchiesta che il procuratore ha, di fatto, riaperto sull’omicidio di Willy: un atto dovuto, si dice in gergo tecnico, conseguente al deposito dell’esposto della famiglia Branchi. Ma questa volta si va più in là della procedura, dei meccanismi giudiziari: perché nelle carte che la famiglia Branchi con legali e investigatore ha fatto avere alla procura c’è già tutto.
Il primo atto compiuto da Cherchi, ieri mattina, dopo aver letto l’esposto, è stato quello di iscrivere il caso nel registro delle indagini a modello 45, come “atti relativi”: si tratta della prima fase di qualunque inchiesta in cui si valutano prima se vi sono fatti per cui vale la pena di indagare e poi si passa alle fasi successive: un reato contro ignoti (l’omicidio di cui scoprire i colpevoli) o contestato a persone (indagare in questo caso su chi ha ucciso, ha aiutato, coperto e nascosto).
Gli atti dell’epoca. «Ora - spiega ai giornalisti che lo avevano sollecitato per l’incontro - valuteremo con calma l’esposto e il suo contenuto, e dobbiamo verificare se vi siano elementi nuovi da cui partire: riguarderemo senza dubbio gli atti dell’archiviazione dell’epoca e quindi decideremo se chiedere o meno al gip la riapertura dell’inchiesta».
Al di là della dichiarazione formale, nelle parole di Cherchi si legge la assoluta determinazione di far luce su un mistero che da 26 anni getta ombre sul paese di Goro. Perché, è vero che siamo nella fase preliminare dell’indagine, ma ormai la macchina delle indagini si è messa in moto e finalmente le ipotesi diventeranno prove, riscontri e certezze.
Difficoltà obiettive. Le difficoltà non le nasconde affatto, il magistrato. «Si tratta di fatti di 26 anni fa!», e spiega che nel momento della contestazione di reati o della raccolta di testimonianze di persone, queste potrebbero ovviamente non ricordare. O far finta, e sarebbe difficile incalzarle. E aggiunge: «Certo vi saranno difficoltà obiettive, si pensi a tutti questi anni, al controllo degli alibi», degli eventuali sospettati o futuri, prossimi indagati.
Caso al pm Tittaferrante. Ai giornalisti che gli chiedono già le prime valutazioni, spiega che al momento tutto ciò che si può dire «sono congetture, dalle indagini vedremo cosa potrà venir fuori». Dopo aver iscritto il fascicolo nel registro (atto che dà una validità a tutta la attività investigativa privata della famiglia) ha assegnato il caso: sarà il pm Giuseppe Tittaferrante, giovane magistrato da in forza alla procura, ad occuparsi delle indagini: «Insieme leggeremo gli atti e poi faremo le nostre valutazioni».
Riferimenti precisi. Ma nell’esposto vi sono già riferimenti precisi a nomi e movente. Un esposto in cui l’avvocato Simone Bianchi e l’investigatore Luca Tuzzi (che hanno affiancato Luca Branchi, fratello di Willy, in questa ricerca della verità) vi sono già testimonianze, telefonate e scritti anonimi. E soprattutto il riferimento alle dichiarazioni che il parroco di Goro, in servizio nel lontano 1988 e negli anni seguenti, don Tiziano Bruscagin aveva fatto - direttamente al Resto del Carlino e indirettamente a la Nuova Ferrara - in due distinti momenti.
Dichiarazioni su nomi, cognomi e anche soprannomi e sul perché fosse stato ucciso Willy. Dichiarazioni che sono diventate già atti di polizia giudiziaria e i giornalisti coinvolti saranno chiamati, a breve, a confermarle ai magistrati.
Il segreto confessionale
Ma se un sacerdote - in ipotesi - ha rilasciato dichiarazioni, potrebbe poi trincerarsi dietro il segreto confessionale che il proprio ruolo gli consentirebbe?, è la domanda posta al procuratore.
E cosa potrebbe fare la procura per obbligare a parlare un sacerdote che è a conoscenza di fatti ben precisi? Cherchi risponde in modo diretto e con onestà professionale: «È una questione che non mi è mai capitata, ci devo guardare». Accadrà presto, perché la persona da sentire sarà proprio don Tiziano Bruscagin che ha custodito i segreti di Goro per tanti e troppi anni. In realtà, don Bruscagin, la sua verità l’aveva già raccontata: e questo aspetto resta un’ombra che si allunga sull’intera vicenda. Ma andiano con ordine.
La parola adesso al gip. Se è vero che giornalisticamente parlando si può dire che l’inchiesta sulla morte di Willy è stata riaperta, dal punto di vista tecnico-giuridico mancano la richiesta della procura e l’autorizzazione del gip. Una circostanza che Cherchi sottolinea in modo energico: «Si tratta di un esposto (atto di parte, ndr) che dovrà essere valutato nella sua complessità»: occorrerà verificare - spiega - se gli elementi nuovi che vengono indicati siano già stati presi in esame nella vecchia indagine archiviata oppure no.
Una colossale cantonata. Ma dopo quell’archiviazione sulla posizione di Valeriano Forzati, diventata oggi una colossale cantonata degli inquirenti, vi furono tanti altri atti.
Sorpresa e incredulità. Ed è di fronte alle domande dei giornalisti sulle annotazioni di servizio dei carabinieri che indicano nel 1996 nomi, cognomi e movente sull’omicidio, che la sorpresa e l’incredulità di Cherchi si concretizzano appieno. «Non mi risultano atti ma questo è da accertare», spiega sul fatto che ora si cercherà l’esistenza o meno di questi documenti (che esistono, questo è certissimo).
Domande senza risposta. Poi cerca spiegazioni dai giornalisti, pone lui stesso le domande cui i cronisti - dopo esser venuti a conoscenza di questi ritardi e degli atti del 1996 - non sanno rispondere: e ammette «non capisco perché gli inquirenti allora non abbiano sviluppato quei fatti, nel caso fossero emersi fatti meramente non anonimi».
Quell’atto di servizio. Quell’attività che si concretizzò con un atto di servizio dei carabinieri e che - da quanto si apprende - fu controfirmato dall’allora comandante Mauro Obinu, uno dei migliori investigatori d’Italia - era il frutto di incontri che don Tiziano Bruscagin aveva avuto con i carabinieri. Lo aveva ricordato il sacerdote alla Nuova Ferrara («incontrai due volte due carabinieri, uno con il codino, erano vestiti male») e anche su questo lui stesso dovrà spiegare tante cose.
Segreti custoditi. Il perché dei suoi segreti custoditi non si conosce, anche se ha ripetuto più volte di aver raccontato agli inquirenti ciò che sapeva e di non essere stato ascoltato.
Una famiglia di serie B. La chiosa su tutto la mette lo stesso Luca Branchi, incredulo - per non dire altro - sui ritardi nelle indagini: «Mi dissero che c’erano famiglie di serie A e di serie B, quale la mia» alludendo alle indagini ferme su Willy. «Per tanti anni a Goro - ha ricordato - c’era la paura del mostro: l’avevamo in casa, e si è fermato a mio fratello Willy».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
