La Nuova Ferrara

Ferrara

Il mistero di goro

Il prete: non tolgo le castagne dal fuoco

di Daniele Predieri
Il prete: non tolgo le castagne dal fuoco

Don Buscagin sarà uno dei primi testimoni, ma lui avverte il procuratore: dirò quel che so, non posso inventare

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Ha saputo? L’inchiesta sulla morte di Willy è stata riaperta, e tra i primi atti che verranno eseguiti dagli inquirenti lei verrà sentito come testimone.

«Testimone di che?»

Risponde al cellulare, don Tiziano Bruscagin e non è più la stessa persona incontrata appena sette giorni fa, a Villa del Bosco di Padova, che raccontava tutto e di più (anche oltre il caso Branchi) con estrema semplicità. Ora è cupo («mi sento un vecchio decrepito»), sospettoso («non starai registrando»), ecclesiale e caustico («per penitenza recita l’Ave Maria, se sai cos’è»). E sembra quasi voler sfidare chi lo dovrà ascoltare come testimone per la morte di Willy, virando al ‘tu’, più diretto: «Avverti pure il procuratore o chi per lui che offrirò la massima collaborazione, dirò con il cuore e davanti a Dio tutto quello che so, quello che non so non lo invento, non dico bugie: guarda che ho capito che vogliono che io tolga le castagne dal fuoco».

È stanco, provato, frastornato, don Tiziano ma è anche malizioso e smaliziato: ha letto online ciò che i giornalisti hanno scritto, soprattutto quella domanda posta al procuratore capo Cherchi, sul modo di procedere nel caso un prete opponga il segreto confessionale: «Dimmi, sei stato tu a fare quella domanda sul come la metterà il signor procuratore con il segreto dei preti e lui ha detto vedremo cosa si può fare, immaginavo che eri tu (a la Nuova aveva ripetuto più volte che sui suoi segreti avrebbe sempre opposto il segreto confessionale, ndr): mi fai ridere che non ne ho voglia». Meglio ridere, don Tiziano, anche se ci sarebbe tanto da piangere, replichiamo: si fa serio e ripete «guarda ho capito che devo togliere io le castagne dal fuoco». No assolutamente, gli diciamo, noi facciamo i giornalisti, lui fa il prete, magistrati e carabinieri il loro lavoro: non si tratta di togliere le castagne dal fuoco a nessuno. E comunque sarebbe sempre troppo tardi farlo, 26 anni dopo la morte di una ragazzo di 18 anni. Come prete e uomo di fede, ma anche se fosse una persona normalissima, sarebbe un dovere parlare: «Quello che so lo dirò, inventare no», ripete. Lo farà con il primo atto della procura, o almeno tra i primi, quando sarà ascoltato come testimone informato sui fatti: un atto automatico e se lo doveva aspettare ora che il suo nome compare su tutti i giornali, anche nazionali e soprattutto negli atti giudiziari depositati alla procura che sono i pilastri della nuova inchiesta. «Tu mi dici che verranno a sentirmi: devi dire che non sono in casa la mattina, dico messa alle 8.30 e poi sono a Villa (Villa del Bosco, frazione di Correzzola, ndr) dalle 9. Mi fanno un favore se vengono, io voglio collaborare ci mancherebbe, lo faccio per l’affetto per il paese, ho il dovere di dire quello che sapevo, è vero, ma io l’ho già detto a suo tempo e non mi hanno ascoltato». Non è così e per lui l’atto di servizio dei carabinieri citato più volte dalla Nuova Ferrara e ormai da tutti, è stato un terremoto: «È spuntata quella carta, della quale ho perso memoria, io sono spiazzato completamente dalla scoperta di quella carta, sono letteralmente crollato, mi sento decrepito vecchio». E dire che «ho fatto un favore alla mia gente parlando, ho detto loro muovetevi, addirittura una parolaccia: vergognatevi». In tanti, forse dovrebbero farlo a Goro. Perchè quell’atto spiega che già nel 1996 la verità era vicina, e nessuno sembra aver aiutato gli inquirenti ad arrivarci, oltre lei si intende, non è così: «Incontrai due ragazzi, 2/3 volte, cercavano qualche notizia ma quali potevo avere, solo quelle che sentivo dalla gente, mi dispiace averli delusi». Lei ha sempre saputo tante cose: «Quelle cose che io ho detto anche a voi, sono tutti pettegolezzi che le persone mi dicevano e io ogni tanto raccoglievo. Credimi, dall’altra sera dopo aver saputo di quella carta sono invecchiato di 50 anni in più». Non ricorda o non vuole più ricordare. Cambia argomento quando gli ricordiamo noi nomi e cognomi, riferimenti precisi che aveva dato, addirittura atti gravissimi confessatigli a Goro, accaduti altrove.

Dice di esser sempre più vecchio (ha 74 anni, portati bene, si direbbe) e si congeda: «Mi fanno un favore se vengono qui, alla mia età fare un viaggio (192 chilometri, A/R, ndr) di quel genere... Quando verranno, mi chiamino prima, altrimenti non mi trovano».

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